di Massimo Razzi
La Repubblica, 29 aprile 2022
Il quadro che emerge dal XVIII rapporto sulle condizioni della detenzione è ancora negativo con i reati in diminuzione ma l’aumento della durata delle pene. Scende il numero degli ingressi in prigione ma la recidiva è spaventosa.
Diminuiscono i reati, aumenta la durata delle pene, calano gli ingressi in prigione ma la recidiva è spaventosa: le carceri italiane continuano a essere molto affollate e poco efficaci. In molte celle continuano a esserci i water a vista, pochi detenuti hanno accesso al lavoro e la funzione riabilitativa della pena resta un miraggio almeno sui grandi numeri. È il quadro (non sconfortante ma ancora negativo) che emerge dal “XVIII rapporto sulle condizioni della detenzione” redatto da Antigone (l’associazione che da trent’anni si batte per “i diritti e le garanzie nel sistema penale”) e presentato ieri mattina a Roma.
“Quello che non va - dice la coordinatrice nazionale di Antigone, Susanna Marietti - è che il rapporto del 2022, frutto di un centinaio di visite in altrettanti istituti di pena, risulta troppo uguale a quelli degli anni passati: un numero cresce e un numero cala, ma la sensazione rimane quella di un sistema che riproduce se stesso e i suoi difetti. La pandemia è stata un’occasione che non deve assolutamente andare perduta: internet e le nuove tecnologie sono ancora inaccessibili per il 74% dei detenuti, lavoro e formazione non decollano e, per contro, troviamo ancora situazioni al limite del disumano come il reparto “Sestante” per detenuti con problemi psichici del carcere di Torino sul quale la Procura ha aperto un’inchiesta, mentre sono aperti diversi procedimenti in diversi istituti per casi di violenze e torture come quello ormai famoso di Santa Maria Capua Vetere”.
Per Antigone, dunque, il carcere continua a “pescare” nella marginalità sociale da cui viene la maggior parte delle persone che popolano le nostre prigioni. Pochi sono i veri criminali, moltissimi gli autori di piccoli reati che, partendo da situazioni di marginalità e disagio, entrano in carcere, escono per tornare da dove sono venuti, ricominciano a delinquere e vengono immediatamente riassorbiti dal sistema penale di cui rappresentano (si passi il termine brutale) la “materia prima” di cui il sistema stesso ha “bisogno” per perpetuarsi. Contro questo stato di cose combatte Antigone ma combattono anche associazioni, volontari, personale illuminato del Dap, delle direzioni carcerarie, del Corpo degli agenti di Polizia penitenziaria, della scuola, dell’università e della Chiesa.
Non è una battaglia impari, ma è difficilissima. Adesso, forse, c’è qualche speranza in più: la ministra della Giustizia Marta Cartabia ha detto e ripetuto di essere decisa a intervenire e ha affidato a una Commissione per l’innovazione del sistema penitenziario, guidata dal costituzionalista Marco Ruotolo, il compito di fornire una serie di linee guida e progetti per il cambiamento. In quattro mesi (da settembre a dicembre 2021) la Commissione ha lavorato su sei focus (gestione dell’ordine e della sicurezza, impiego delle tecnologie, salute, lavoro e formazione professionale, tutela dei diritti e formazione del personale) sfornando una serie di proposte comprese diverse indicazioni per importanti modifiche dell’ordinamento penitenziario, dei codici penale e di procedura penale e, soprattutto, del regolamento penitenziario. “Un regolamento - chiosa Marietti - che risale al 2000, era molto buono quando venne stilato ma che, oggi, ha bisogno di una sostanziosa rivisitazione”. Un lavoro importante che spetterà al governo, al Parlamento (spesso sfuggente perché pressato dalla pressione giustizialista e dal desiderio di sicurezza che viene dagli elettori un po’ di tutte le parti politiche) e al Dap (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria) dove si è da poco insediato il nuovo direttore Carlo Renoldi sulle cui posizioni aperte e progressiste si fondano molte speranze.
I reati (buona notizia) sono in calo: crollati durante il lockdown, sono ripresi ma, rispetto al 2019 segnano un 12,8% in meno (1,8 milioni contro 2,1). Gli omicidi sono stati 289 (la metà in ambito affettivo con 100 femminicidi). In Italia, trent’anni fa (1990) si verificavano 3.012 omicidi in un anno. Ma la recidiva continua a segnare pesantemente il quadro: oggi, ogni detenuto, ha compiuto 2,37 infrazioni della legge: reati contro il patrimonio, contro la persona e sulla droga sono i più frequenti. Solo il 38% degli oltre 54mila detenuti è alla prima carcerazione, il 18% è al quinto ritorno dietro le sbarre.
Un dato in forte calo (quindi positivo) è quello degli ingressi: nel 2008 entrarono in carcere 92.800 persone, nel 2021 solo 36.539. Il fenomeno è dovuto a un uso sempre maggiore delle norme messe in campo per evitare il fenomeno delle “porte girevoli” per cui si entra e si esce dal carcere per periodi brevissimi (pochi mesi) con effetti devastanti sulla persona e nessun vantaggio né in termini di riabilitazione né in termini di sicurezza.
Ma, si diceva, il carcere italiano resta un luogo sovraffollato. Alla fine dello scorso marzo i carcerati presenti erano 54.609 (superavano quota sessantamila prima del lockdown, ma il numero ha ripreso a crescere dopo essere sceso a quota 53mila nel 2020) con un tasso ufficiale di affollamento del 107,4% (con poco meno di 51 mila posti disponibili). In realtà, però, i posti reali sono molti di meno (intorno ai 47 mila) a causa delle ristrutturazioni, chiusure di sezioni inagibili. Puglia (134,5%) e Lombardia (129,9%) le regioni con i tassi di affollamento più elevati. Ci sono istituti come Brescia che toccano il 185% mentre Varese, Bergamo e Busto Arsizio si attestano intorno al 165%.
La contraddizione tra calo degli ingressi e sovraffollamento si spiega solo in un modo: è aumentata la durata delle pene. Il 50% dei detenuti sconta pene superiori ai 5 anni, il 29% ai 10 anni. Nel 2011 le due percentuali erano ferme al 40 e 21 per cento. Cresciuto in maniera abnorme il numero degli ergastolani: erano 408 nel 1992. In trent’anni, i tribunali italiani hanno avuto la mano abbastanza pesante portando gli ergastolani all’attuale quota di 1.810 persone che non sanno se potranno mai uscire.
Nello stesso tempo, nonostante l’uso accresciuto delle misure alternative, quasi ventimila detenuti scontano pene residue fino a tre anni. Tipica situazione, in cui il carcere serve decisamente a poco in cui si potrebbero garantire molti più accessi a percorsi esterni.
Donne e minori - Le donne in carcere continuano a essere una quota molto piccola. Da anni, la presenza femminile negli istituti di pena italiani è ferma intorno al quattro per cento. Oggi sono 2.276 (4,2% un punto sotto la media europea), un terzo sono straniere e circa un quarto sono ospitate nelle quattro strutture esclusivamente femminili (Rebibbia, Venezia, Pozzuoli e Trani). Tre su quattro (Venezia esclusa) hanno tassi di affollamento piuttosto elevati. Altre 13,642 donne fruiscono di misure alternative. In carcere ci sono 19 bambini sotto i tre anni che vivono con le loro 16 madri detenute. Otto sono ospitati in un istituto a custodia attenuata per madri detenute, gli altri vivono in sezioni carcerarie o Icam acclusi alle carceri. Il dato delle donne fotografa una situazione che non sembra utopico pensare (in futuro) anche per gli uomini. Solo per una quota piccola delle persone che delinquono il carcere può avere un senso. La prevalenza schiacciante delle misure alternative dimostra che il problema può essere trattato altrimenti.
Stesso discorso per i minori: nei diciassette istituti per minorenni ci sono 353 ragazzi o giovani adulti (13 le femmine) che rappresentano una piccolissima quota (2,6%) del totale di 13.669 ragazzi in carico al sistema minorile. Sono invece 63 le persone trans (tutte donne) oggi in carcere per lo più assegnate a sezioni protette apposite o, in qualche caso, a sezioni femminili. L’82% sono straniere.
Il disagio psichico - Il carcere è un forte generatore di disagio psichico. La risposta dell’istituzione è articolata ma quasi sempre piuttosto carente. Le sezioni Atsm (Articolazioni di salute mentale) sono 34 su quasi 200 istituti e ospitano circa trecento persone. In alcuni casi, come nel caso di Torino siamo a livelli disumani. In genere sono poco più di parcheggi per persone che hanno manifestato problemi psichiatrici in carcere e che, quindi, non sono stati destinati alla Rems in sede giudiziale. In sostanza, l’istituzione non sa cosa fare e li mette in attesa più o meno confortevole: in alcuni casi devastante.
Nelle Rems (Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza) sono “ricoverati” 572 detenuti giudicati incapaci di intendere e di volere che prima sarebbero finiti negli Opg (Ospedali psichiatrici giudiziari). Secondo Antigone, è proprio il sistema delle Rems e delle Atsm che non va. Salvo pochi casi la maggior parte di queste situazioni dovrebbero essere affrontate dal sistema sanitario. Il sistema penitenziario non è adatto a chi sta male di testa.
Altri detenuti con problemi psichici (280) internati per abitualità del reato sono ospitati nelle case di lavoro o colonie agricole che in realtà sono piene di persone con patologie psichiatriche. Ma anche qui, le cose funzionano poco o male. A Vasto (casa di lavoro) ci sono 108 internati. Quasi tutti, ormai, sono stati dichiarati inabili al lavoro. Chiuse le serre e ferma la sartoria. Nella casa di lavoro abruzzese, quasi nessuno lavora.
Suicidi - Suicidi, tentati suicidi e forma di autolesionismo sono un altro grave problema del sistema penitenziario. Ogni anno, in carcere, riescono a togliersi la vita una sessantina di persone (60 nel 2020, 57 nel 2021) pari a 10,6 suicidi ogni diecimila detenuti. “Fuori” i suicidi sono 0,6 ogni diecimila cittadini. È chiaro che si tratta di una situazione gravissima. Al Dap dicono che i tentati suicidi e gli atti di autolesionismo sono molti di più: 11.315 episodi di autolesionismo nel 202: 20 ogni cento detenuti. In alcune situazioni si è arrivati quasi al cento per cento di casi di autolesionismo.
Spazi e condizioni di detenzione - Il quaranta per cento degli istituti di pena è stato costruito prima del 1950, un quarto prima del 1900. E quelli più moderni (anni 70-80) corrispondono a un’idea della pena molto arretrata: parallelepipedi di cemento e acciaio buttati in campagne desolate nelle immediate periferie delle città: lontani dagli occhi e dal contesto sociale. Il contrario di quello che sarebbe necessario. E dentro, non sono molto meglio: nel 5% degli istituti ci sono ancora i water nelle celle a vista.
Il regolamento del 2000 ne prevedeva la fine entro il 2005. Diciassette anni dopo, sono ancora lì. Come è ancora attuale la questione dei tre metri quadrati di spazio per detenuto al di sotto dei quali, la sentenza Torreggiani (2013) disse che c’era l’invivibilità. Un quarto dei nostri istituti sono ancora “invivibili”. Ma non solo, mancano spazi comuni perché molte carceri seguono ancora la logica (superata nel 2014 dalle regole sulla “sorveglianza dinamica”) della cella come unica unità abitativa del detenuto. Oggi, invece, chi sta in carcere dovrebbe vivere in comune e svolgere attività in spazi comuni per tutto il giorno e chiudersi in cella (“camera di pernottamento”, si chiama) solo per la notte. E mancano gli spazi per lo sport e per culti che non siano quello cattolico.
In una situazione così, la tecnologia sembra un sogno. La pandemia ha portato nelle carceri italiane l’uso dell’iPad (messo a disposizione dalle direzioni) per telefonate a casa, ma i telefonini (anche “limitati”) rimangono off limits salvo circolare illegalmente in gran numero e gli accessi a Internet, anch’essi limitati, sono rari (26% del totale) e poco utilizzati per scuola e lavoro. Ne consegue che, durante la pandemia l’unica scuola in cui la “Dad” non ha funzionato è quella delle carceri (che pure è organizzata di concerto e con personale del Ministero dell’Istruzione) e che i detenuti studenti hanno perso un anno abbondante. Cosa grave pensando che per molti di loro la scuola non è un passatempo ma, spesso, l’unica possibilità reale di riabilitazione.
Lavoro e formazione - Il lavoro dei detenuti è, insieme all’istruzione il veicolo più importante nell’ottica di un reinserimento virtuoso una volta scontata la pena. Eppure meno di un terzo dei detenuti lavora: quasi diciassettemila sono alle dipendenze della stessa amministrazione carceraria (cucina, lavanderia, pulizie, manutenzione, biblioteca e poco altro) e devono turnare per dare una possibilità a molti. Ne consegue che chi lavora lo fa per non più di 80/90 giorni all’anno con paghe medie di 620 euro lordi mensili. Appena 2.306 (4,3%) sono i fortunati che prestano la loro opera presso datori di lavoro privati (imprese o cooperative). Motivo? Pregiudizi, difficoltò tecniche, scarse garanzie di continuità. Ma anche il fatto che lo Stato non fa abbastanza (in termini di sgravi, sostegno ecc.) per le imprese che decidono di investire nel lavoro dei carcerati. Manca anche una regia complessiva a livello regionale (proposta adesso dalla commissione Ruotolo) e tutto è lasciato alla buona volontà dei singoli direttori che provano a trovare disponibilità nel territorio circostante. Quanto ai corsi di formazione professionale (che pure interessano molto i detenuti), nel secondo semestre 2021 ne sono stati attivati 222 (188 portati a termine) per 2.279 detenuti (4,8%). In 35 istituti visitati da Antigone (più di un terzo del totale) non era attivo nemmeno un corso.
Violenza e torture - Antigone affronta nel suo rapporto anche la questione della violenza e delle torture. Pesano ancora drammaticamente sul sistema penitenziario i tredici morti delle rivolte del marzo 2020 e l’orrore dei pestaggi di Santa Maria Capua Vetere. Se nel primo caso, una parte delle vittime è stata causata dalle overdose di droghe trovate nelle infermerie dai rivoltosi (ma in diversi casi sono ancora aperte questioni legate alla reazione violenta degli agenti di polizia penitenziaria, nel caso del carcere campano, i video raccontano una storia di pura e ingiustificata violenza da parte del personale chiamato a vigilare sui detenuti in una situazione in cui i carcerati avevano fatto davvero poco o nulla per giustificare reazioni tanto gratuitamente violente.
Il ministro Cartabia pose il problema della formazione degli agenti (e nel caso di SMCV anche dei loro dirigenti, diversi dei quali incriminati) e questo è purtroppo un tema che non dovrebbe emergere solo davanti a situazioni di questo genere. Va posta con fermezza la questione del ruolo e cultura di chi lavora nel carcere. Gli agenti sono lì a rappresentare la “pancia” dl cittadino incazzato che chiede vendetta contro chi ha sbagliato? O rappresentano lo Stato e la Costituzione che chiede si lavori al recupero e al reinserimento?
Una dozzina di altre vicende giudiziarie ancora aperte (Siracusa, Pordenone, Roma Regina Coeli, Viterbo, Monza, San Gimignano, Torino, Milano Opera, Melfi, Pavia, Ascoli Piceno) ci dicono che il problema è ancora tutto lì.
Le proposte di Antigone - Dalla salute mentale, alla custodia attenuata; dalla telemedicina al rischio suicidario, dalle telefonate all’attuazione della sorveglianza dinamica, Antigone formula una serie di proposte che discendono quasi automaticamente dai temi appena descritti. Si tratta, in sostanza, di modificare abbastanza profondamente il regolamento del 2000, di intervenire su una serie di meccanismi della vita del carcere purtroppo profondamente radicati. Ma si tratta anche di porsi la domanda ormai impellente sulla reale necessità (e in che quota) del carcere nella nostra società e sulla cultura giustizialista e punitiva che passa nella società e (in parte) nel corpo degli agenti di polizia penitenziaria. Perché solo così si potrà provare a costruire un sistema delle pene più corrispondente al nostro sogno di civiltà.










