di don Marcelo Lopresti*
risveglioduemila.it, 2 gennaio 2026
Una lettera per ringraziare il direttore, l’amministrazione, i volontari e la polizia penitenziaria del lavoro che mette al centro il “bene del prossimo”. La speranza è possibile, anche in carcere. Lo ha “detto”, implicitamente ed esplicitamente, Papa Francesco quest’anno aprendo una Porta santa a Rebibbia. Ma è anche l’esperienza concreta di don Marcelo Lopresti, da qualche mese cappellano a Port’Aurea Con questa lettere a Risveglio ha voluto fare un bilancio di quanto vissuto e ringraziare il direttore, l’amministrazione, la Polizia penitenziaria, volontari per il loro lavoro che mette al centro “il bene del prossimo”. La pubblichiamo integralmente.
Papa Francesco apre la porta santa in carcere, un gesto che risuona - Mai come adesso abbiamo necessità di gridare il bello che c’è intorno a noi, ecco il perché di questo mio saluto. A fine anno e all0inizio di uno nuovo è una buona abitudine fare un’analisi di come sono andante le cose nel tempo trascorso insieme. A questo proposito, voglio condividere una mia personale impressione in questi mesi di servizio all’interno della casa circondariale di Ravenna con il personale e con la intera popolazione. A inizio dell’Anno Santo che stiamo concludendo, papa Francesco ebbe a fare un gesto molto significativo e inedito aprendo una Porta Santa in un carcere, portando il tema del Giubileo della Speranza in un luogo di reclusione. Quel gesto di Papa Francesco attraversando la Porta Santa a piedi e seguito dalla Santa Messa e da parole di incoraggiamento ai detenuti, esortandoli a non perdere la speranza, risuonano ancora oggi all’interno della nostra Casa circondariale di Ravenna. Aprire la Porta Santa in carcere (come a Rebibbia) simboleggia la speranza che non delude mai, invitando a spalancare il cuore alla misericordia di Dio, e questo monito lo viviamo tutti i giorni all’interno del carcere con il lavoro instancabile di uomini e donne che si rendono disponibili nel servire e accompagnare ogni singola persona che vive all’interno della struttura.
Dai volontari e amministrazione, tutti cercano il bene del prossimo - Il lavoro svolto all’interno dell’istituto, già dal direttore e tutti i suoi collaboratori nella Amministrazione alla Polizia penitenziaria in ogni suo membro e dai volontari che si prodigano per il prossimo, è un esempio inequivoco della volontà di tutti gli operatori del carcere di mettere in atto l’invito di Papa Francesco a riconoscere Gesù in ogni detenuto, specialmente attraverso gesti di servizio concreti per mostrare vicinanza umana e spirituale. Dalla celebrazione della Eucaristia e i dialoghi con i detenuti, ai diversi interventi dei volontari della Caritas diocesana come quelli degli altri operatori volontari nello sport e la cultura; dalla sensibilità dell’Amministrazione in venire incontro - laddove sia possibile - alle richieste e bisogni dei detenuti alla comprensione della realtà da parte del corpo della Polizia penitenziaria, ho imparato come tutti cercano il bene del prossimo. Insomma, il bilancio personale di questo periodo all’interno della casa circondariale di Ravenna lo reputo positivissimo.
Il grazie e l’augurio per il 2026 - Se dovessi riassumere il mio sentimento, lo farei con questa sola parola “grazie”. Grazie alle persone che lavorano dentro il carcere perché in loro ho imparato che l’amore sta più nel “fare” che nel “dire”, e soprattutto da loro ho imparato a “fare” nel silenzio assoluto e lontano dai riflettori e della pubblicità. Con questi sentimenti voglio iniziare il nuovo anno 2026, augurando a tutti serenità e pace per continuare a portare la speranza che rincuora il nostro agire quotidiano. Buon Anno nuovo a tutti.
*Cappellano della Casa circondariale di via Port’Aurea










