Il Resto del Carlino, 17 maggio 2020
Le prime avvisaglie all'esterno, si sono manifestate quando venerdì agli avvocati giunti per incontrare i loro clienti, è stato spiegato che non era possibile entrare in carcere. A impedirlo, ragioni sanitarie legate al fatto che un detenuto di origine straniera, fosse appena stato trovato positivo al Covid-19, con i rischi che ne conseguono.
La scoperta è stata fatta nell'imminenza di un trasferimento in altra struttura: i protocolli emergenziali messi a punto per contrastare la diffusione del coronavirus nelle carceri italiane, prevedono infatti che solo di fronte alla negatività si possa trasferire il detenuto. E così ora il diretto interessato, dopo il tampone di giovedì i cui risultati sono arrivati il giorno dopo, si trova sempre a Port'Aurea ma in isolamento, in attesa di ulteriori riscontri diagnostici.
La situazione ha comportato l'immediato esame per tutti all'interno della casa circondariale, a partire da detenuti (al momento sono 73) e agenti di polizia penitenziaria (70, direttrice compresa: tutti negativi già ai test di fine aprile). Per proseguire con tutti gli operatori che a vario titolo si trovino a lavorare là dentro (vedi medici, infermieri, oss, psichiatri e psicologi).
Uno screening con tamponi (quasi 200) eseguito da due squadre dell'Ausl i cui primi risultati escluderebbero l'esistenza di un focolaio nelle celle ravennati. Contestualmente è stata fatta la sanificazione della cella dove si trovava il detenuto positivo. L'uomo è asintomatico; inoltre dall'esame della sua cartella clinica, non è emerso nemmeno nessun sintomo influenzale nel recente passato. In ogni modo, la direzione ha segnalato subito tutti i contatti avuti dal detenuto sin dal primo momento, compresi i compagni di cella e l'avvocato.
Resta ancora da chiarire come sia possibile la sua positività visto che l'uomo si trova a Port'Aurea da qualche mese ormai. Tra le ipotesi, c'è quella legata a un possibile paio di accessi in ospedale. In ogni modo, l'eventuale contagio non può essere venuto da altri detenuti dato che coloro che entrano per la prima volta in cella - vedi alcuni dei recenti arresti scattati nell'ambito dell'indagine antidroga Robbed Cheese - vengono sistemati separatamente per il tempo di quarantena individuato per il Covid-19 (cioè 14 giorni). Improbabile anche la pista avvocati visto che a chi entra in carcere, non solo viene misurata la temperatura, ma vengono richiesti presidi sanitari come le mascherine.
Durante i colloqui con i loro assistiti, i legali sono inoltre protetti da uno schermo in plexiglass (lo stesso vale per psicologo e psichiatra). E per quanto riguarda i detenuti, la mascherina viene richiesta oltre che durante i colloqui con i difensori, anche negli uffici matricola e nel corso di eventuali controlli degli agenti.
Questi ultimi, si muovono pure con i guanti e sanificano sempre dopo i colloqui. Ovvero compiono il massimo sforzo possibile in situazione di emergenza. Sforzo che è destinato ad aumentare in ragione del fatto che i colloqui tra detenuti e familiari, passeranno presto dalla videoconferenza alla presenza, per un massimo di una volta a maggio e di due a giugno.










