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ravennanotizie.it, 23 marzo 2025

Mettere i detenuti attorno ad un tavolo, insegnar loro le regole e, per un paio d’ore la settimana, scoprire insieme il fascino dei giochi di società. È un’idea semplice quella che sta dietro al progetto “Giocare dentro”, ma di grande impatto formativo. È venuta qualche anno fa agli “Educatori Ludici” della Cooperativa La Pieve di Ravenna, Gabriele Mari e Christian Rivalta, abituati ad utilizzare i cosiddetti “giochi da tavolo” come strumenti ricreativi, ma anche educativi, in molti altri contesti: dalla scuola al mondo della disabilità, per creare connessione sociale attraverso lo svago.

Per chi si lamentasse del fatto che i detenuti sono in carcere per scontare una pena e non per divertirsi, oltre a sottolineare che la reclusione e la privazione della libertà personale sono già di per sé una pena severa, risponde Mari: “L’organizzazione carceraria è surreale, fatta di tanto tempo libero, che potremmo meglio definire vuoto, e di vite sospese. In questo contesto, la mente tende a vagare, spesso verso pensieri bui. Se ci uniamo il fatto che lì dentro si possono solo conoscere persone che hanno commesso crimini, ecco che è più facile uscire con maggiore voglia di delinquere di quando si è entrati, che il contrario. I progetti sociali sono proprio pensati per offrire strumenti, per quella funzione rieducativa della pena che la detenzione dovrebbe portare con sé. Scoraggiando le recidive e facendo emergere le potenzialità delle persone”.

Il progetto è partito nel 2015 e in otto anni di attività ha fatto giocare oltre 60 persone diverse, per un totale di circa 300 ore di laboratorio. Purtroppo, dal 2024 in avanti, non ci sono più state le condizioni per portarlo avanti a Ravenna, ma essendo stato un vero e proprio progetto pionieristico, è nata l’idea di costruire un format, da replicare in qualunque altro carcere d’Italia, con un percorso formativo specifico, studiato dagli operatori della Cooperativa La Pieve. Recentemente poi, gli “Educatori Ludici” ravennati sono approdati al carcere di Santa Maria Capua Vetere in Campania, dove sono stati chiamati a dar vita ad un’esperienza simile. Ed è in procinto di uscire sull’Italian Journal of Educational Technology, rivista dedicata alle tecnologie educative, un articolo scritto da Luca Decembrotto, professore associato in Didattica e Pedagogia speciale del Dipartimento di Scienze dell’Educazione dell’Università di Bologna, che racconta il valore sociale del progetto. Ci spiega meglio come è partito il tutto e verso dove sta navigando il progetto, uno dei suoi ideatori, Gabriele Mari.

È vero che quando è nato era sostanzialmente una novità?

Sì, in Italia c’erano stati tentativi di questo tipo, per esempio a Milano, sia a San Vittore che ad Opera, ma in modo sporadico e poco organizzato. Nello studiare il progetto per Ravenna, mi sono ispirato a quelle esperienze e, un po’ all’arrembaggio, siamo partiti. È stato un successo, anche inaspettato. Era molto richiesto dai detenuti, lo amavano.

Come funzionava?

Ogni settimana, io e Christian Rivalta, il mio socio di Educatori Ludici, andavamo alla Casa circondariale di Ravenna, nella “saletta dei laboratori” e per due ore facevamo giocare un gruppo di massimo 15 detenuti. Per aderire, come a qualsiasi altra attività del carcere, è necessario presentare una richiesta, compilando la cosiddetta “letterina”: chi voleva partecipare, doveva prenotarsi segnandosi su un foglio appeso in corridoio e poi, previa autorizzazione della direzione, poteva presentarsi per la sessione di gioco. L’attività dai detenuti era molto molto apprezzata, hanno frequentato il laboratorio le persone più diverse tra loro: italiani, stranieri, originari dell’Est Europa, dell’Africa o di altri Paesi ancora, alcuni nemmeno in grado di parlare la nostra lingua, ma il gioco diventava un vero e proprio modo per conoscersi.

Quali obiettivi vi eravate dati?

Abbiamo lavorato molto sull’incontro: pensavamo di trovare un gruppo molto coeso e invece si trattava quasi sempre di persone che tra loro non si conoscevano, arrivate lì da contesti diversissimi. Il gioco diventava un modo per passare un po’ di tempo in un ambiente rilassante e conoscersi. Questo ha permesso di lavorare anche alla prevenzione dei conflitti, perché tanti screzi nascono dalla diffidenza per l’altro, considerato un potenziale nemico. Conoscersi stempera questo clima e porta a risolvere situazioni conflittuali. Da un altro punto di vista invece, il gioco è diventato un modo per sublimare i conflitti: chi aveva qualcosa in sospeso con qualcun altro, finiva per sfidarlo al tavolo da gioco e “fargliela pagare” sì, ma a suon di partite vinte e non di cazzotti. Dopo i primi incontri, il passaparola tra i detenuti ha dichiarato il successo dell’iniziativa: c’era chi portava il compagno di cella, chi il connazionale conosciuto in giardino. È stato molto bello partecipare a creare questo contesto di condivisione.

Che giochi avete proposto?

Abbiamo fatto prove sul campo, inizialmente avevamo puntato sui giochi cooperativi, ma non sono piaciuti, perché non c’era già un clima di squadra: non conoscendosi, oppure conoscendosi e avendo attriti tra loro, non c’era proprio il desiderio di lavorare insieme. Quindi abbiamo cominciato a proporre giochi a squadre competitivi: sfidarsi, tra di loro e con se stessi, diventava un modo per dimostrarsi competenti in un qualche campo e quindi per riconoscersi un valore. L’ambiente carcerario è molto competitivo, devi sembrare forte e capace per non soccombere, e lo puoi fare anche attraverso i giochi. Seduto al tavolo, anche il mingherlino preso in giro in cortile, poteva dimostrare di essere capace nell’uso della strategia o della logica, acquisendo uno status diverso all’interno del gruppo. Uno dei giochi che piaceva di più era Grande Dalmuti, il rifacimento di un gioco di carte molto noto, in cui viene ricreata la gerarchia sociale di una civiltà medievale. Un gioco alla “Uno”, in cui devi liberarti delle carte e il primo che ci riesce sale la scala sociale, perché i posti attorno al tavolo determinano anche la gerarchia: a capotavola c’è il re e via via a scendere fino allo schiavo. Era divertente, perché si immedesimavano in questa gerarchia sociale e mano dopo mano c’era la scalata sociale o la discesa nel baratro, con ruoli molto ribaltati. Incredibilmente, questo gioco che pensavamo potesse essere deleterio per la conflittualità, si è dimostrato essere molto accettato e tra i più giocati e desiderati. Abbiamo provato più di 100 giochi.

Oltre a socializzare, cosa offre il gioco in quel contesto?

Sotto sotto c’è anche una metafora di legalità che parte dal gioco: è come ricreare una società che si riunisce attorno ad un tavolo seguendo delle regole. Se tu sei lì dentro, vuol dire che qualche regola non l’hai seguita, ma lì hai la possibilità di sperimentare come può funzionare una relazione tra persone che seguono le regole e si divertono anche facendolo. Il gioco nel suo piccolo produce l’immagine di un’interazione sociale che funziona. Qualsiasi interazione umana è fondata su delle regole: se stiamo insieme con altre persone è perché stiamo seguendo delle regole, a scuola, come al lavoro, in famiglia come tra amici. Il gioco anche inconsciamente, veicola questo messaggio legalitario e per questo funziona molto bene in contesti come quello carcerario. Ci sono persone che ci hanno detto “se quando avevo 15-16 anni avessi avuto un contesto come questo, con giochi di questo tipo, penso che non avrei fatto quello che ho fatto e che mi ha portato qua”.

Come è stato per voi educatori l’impatto con il carcere?

Era un contesto per noi completamente nuovo, al quale è facile arrivare con una serie di pregiudizi, alimentati anche da un immaginario cinematografico legato a criminali, gang, bulli. In realtà, abbiamo trovato persone molto più simili di quanto si pensi a chiunque fuori da lì. Nella maggior parte dei casi si tratta di persone che nella vita hanno incontrato storie di droga, soprusi e violenza e se ne sono fatte traviare. Sono spesso persone ad un passo da noi, che se la vita avesse fatto giri diversi, avremmo potuto essere noi. È molto profondo il legame che si crea con loro: formalmente non ci si racconta niente, ma giocando o nelle pause, finiscono per uscire spaccati di vita che raccontano di loro: è stato toccante. Il contesto del gioco diventava un ambiente in cui si stava bene, rilassati e ci si poteva parlare. C’è chi ci ha detto “tra poco uscirò, non vedo l’ora, così potrò comprarmi questi giochi e giocarci con i miei figli, che mi mancano tanto”. Il rapporto umano con i detenuti è stato per noi l’aspetto più bello del progetto.

Dopo la fine di Giocare Dentro avete deciso di esportare l’esperienza altrove?

Sì, perché l’esperienza che abbiamo accumulato è un unicum a livello italiano, per questo siamo stati chiamati a condividerla in diversi contesti. Abbiamo preso anche contatti con Cesena, per replicare il progetto in quella provincia, ma per ora non se ne è ancora fatto niente. Due anni fa ci hanno poi chiamato dall’Università di Firenze per formare operatori che potessero andare in carcere a fare interventi di questo tipo. Abbiamo collaborato con una cooperativa umbra del settore e vorremmo creare una rete con altre cooperative e associazioni per costruire progetti di formazione. Abbiamo contatti con realtà di Milano, Reggio Emilia, della Sardegna. Vorremmo creare una sorta di standard per interventi di questo tipo, in modo da poterli replicare ovunque. Ora è nata questa bellissima collaborazione con la casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere in Campania.

Parlacene meglio...

Giochi Uniti è una delle case editrici di giochi più nota in Italia, con cui io collaboro da tanto anche come autore di giochi. Una realtà molto attenta anche all’aspetto sociale del contesto ludico, oltre che alla distribuzione e sapendo del nostro progetto ha deciso di realizzare questa collaborazione con Santa Maria Capua Vetere. Quell’istituzione carceraria è molto aperta a nuovi progetti e alla funzione rieducativa della pena, soprattutto dopo i “fattacci” del 2020, quando in piena epoca covid ci fu un gravissimo episodio, con pestaggi di detenuti durante una rivolta per la sospensione dei colloqui. Da allora è stata inaugurata una nuova epoca, sono stati processati un centinaio di guardie carcerarie e si sta cercando di trasformare quel carcere: ci sono tantissimi progetti, come ad esempio una sartoria interna che produce cravatte per l’esterno, stanno mettendo su un ristorante, ci sono progetti artistici per realizzare il più grande murales del mondo all’interno delle mura di un carcere, fanno teatro e tanto altro.

Giochi Uniti ha proposto un progetto sul gioco da tavolo ed è stata adibita una stanza a ludoteca, con una sessantina di copie di giochi donati dalla casa editrice. Noi siamo stati chiamati a fare quattro laboratori per insegnare come sfruttare al meglio questa ludoteca fornitissima, che tra l’altro farebbe invidia a tante realtà simili esistenti all’esterno. Poi il patrimonio di giochi resterà a disposizione dei detenuti. La sala è stata inaugurata a fine febbraio.

Del progetto si parlerà anche su una rivista di settore?

Uscirà a breve un articolo sulla rivista Italian Journal of Educational Technology, una rivista italiana, anche se scritta in inglese, che si occupa di tecnologie educative. Se ne è occupato Luca Decembrotto un professore universitario dell’università di Bologna, impegnato su marginalità e pedagogia speciale, da sempre interessato ai progetti educativi in carcere. È suo anche un libro molto interessante: “Educare in carcere”. Lo scopo è dare supporto al settore educativo in carcere perché purtroppo la situazione rieducativa a livello italiano è scarsissima, con tutto quello che ne consegue. Si vuole mettere in luce cosa è stato fatto e che conseguenze ha avuto, per fungere da punto zero dei progetti rieducativi sul gioco in carcere. Ora è in fase di approvazione da parte del comitato scientifico della rivista, presto dovrebbe essere pubblicato e poi sarà disponibile gratuitamente.