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di Lorenzo Priviato

Il Resto del Carlino, 3 luglio 2026

La difesa: tragedia non prevedibile. Un medico 67enne era a processo per omicidio colposo in relazione al decesso di Giuseppe Defilippo. Per il giudice “il fatto non sussiste”. L’amarezza della madre: “Molte coscienze dovrebbero interrogarsi”. “Ci sono molte coscienze che dovrebbero interrogarsi: chi ha riferito fatti non veritieri, chi ha svolto le proprie mansioni con leggerezza invece che con la competenza richiesta. La salute mentale non è un dettaglio, è un abisso in cui troppi giovani oggi sono lasciati allo sbaraglio. La domanda che rivolgo a chiunque possa ascoltare è: cosa non sta funzionando? Non possiamo continuare a chiudere gli occhi davanti a chi chiede aiuto”.

È il commento amaro di Elisabetta Corradino dopo la sentenza con cui il giudice Michele Spina ha assolto “perché il fatto non sussiste” lo psichiatra del carcere di Ravenna, imputato per omicidio colposo in relazione al suicidio del figlio, Giuseppe Defilippo, morto a 23 anni il 16 settembre 2019 nella sua cella della casa circondariale. Le motivazioni saranno depositate entro 90 giorni. I genitori (nella foto), che avevano fatto riaprire le indagini sulla morte del figlio dopo un’iniziale archiviazione del caso, erano parte civile al processo con gli avvocati Marco Catalano e Marco Martines.

La decisione è arrivata al termine del processo che vedeva alla sbarra il medico, 67 anni, consulente della struttura penitenziaria e a contratto con l’Ausl Romagna, chiamata nel procedimento come responsabile civile e assistita dall’avvocata Patrizia Carli. Il pubblico ministero Angela Scorza aveva chiesto una condanna a otto mesi di reclusione, sostenendo che lo specialista avesse sottovalutato il rischio suicidario del giovane detenuto, alla sua prima esperienza in carcere. Secondo la ricostruzione dell’accusa, Giuseppe aveva manifestato sin dall’ingresso un forte stato di sofferenza, legato all’isolamento, alla difficoltà di mantenere i contatti con la famiglia e all’incertezza sul proprio futuro. Un primo sanitario aveva classificato il rischio suicidario come medio, disponendo una sorveglianza rafforzata.

Per la Procura, la successiva decisione di ridurre quel livello di rischio avrebbe rappresentato l’errore decisivo, nonostante la complessa storia clinica del ragazzo, caratterizzata da precedenti ricoveri, un trattamento sanitario obbligatorio, episodi autolesivi e dipendenza da sostanze. Da qui la contestazione di negligenza e imperizia nei confronti dello psichiatra. Una tesi che la difesa, con gli avvocati Guido Maffuccini e Delia Fornaro, ha invece contestato punto per punto.

Nel corso della discussione finale i legali hanno sostenuto che il gesto di Giuseppe fosse imprevedibile. Hanno ricordato come, nei due mesi precedenti l’ingresso in carcere e durante la detenzione, il giovane fosse stato visitato complessivamente da altri sei professionisti, tra psichiatri, psicologi e medici, senza che nessuno avesse individuato un concreto rischio suicidario. La consulenza tecnica della parte civile, secondo la difesa, avrebbe invece ricostruito i fatti “ex post”, arrivando alla conclusione che il suicidio sarebbe stato evitabile solo alla luce dell’evento già verificatosi.

Altro punto centrale ha riguardato la decisione di abbassare il livello di rischio da medio a lieve. Per i difensori non si trattò di una scelta individuale dell’imputato, ma di una valutazione condivisa all’unanimità dalla commissione competente. Anche una psicologa, ascoltata durante il dibattimento, aveva confermato di avere condiviso quella valutazione, ritenendo che non emergessero elementi tali da giustificare un livello di allerta superiore. Infine, la difesa ha evidenziato come, anche dopo la modifica della classificazione del rischio, non fossero cambiati né il percorso terapeutico né le misure di controllo: Giuseppe continuò a essere seguito con visite di psichiatri e psicologi, alloggiava in una cella vicina alla guardiola e con un compagno di detenzione. Secondo i legali, solo una sorveglianza a vista avrebbe potuto offrire un presidio ulteriore, misura che non sarebbe comunque stata giustificata dagli elementi clinici allora disponibili. Per i genitori di Giuseppe, che per anni hanno chiesto di fare luce sulla morte del figlio, la sentenza non chiude la vicenda umana. Resta il dolore per una perdita che continua a interrogare sul tema della salute mentale in carcere e sulla capacità delle istituzioni di intercettare il disagio di chi vive una condizione di fragilità.