di Giuseppina Bonadies
orizzontescuola.it, 5 dicembre 2025
Il programma “Folsom freedom” è stato sperimentato con successo negli istituti penitenziari di Genova, Taranto e Civitavecchia. Al via in tre istituti il progetto “Folsom Freedom” che utilizza la realtà virtuale per la formazione professionale dei detenuti e l’abbattimento della recidiva; Valditara annuncia un incremento record dei fondi per i laboratori scolastici in carcere, promuovendo un modello educativo orientato al riscatto sociale e lavorativo. L’istruzione e la tecnologia entrano negli istituti di pena come strumenti essenziali per ricostruire l’identità sociale di chi ha sbagliato. Prende il via da tre carceri italiane (Taranto, Civitavecchia e Genova Marassi) il progetto pilota “Folsom Freedom”, realizzato anche grazie alla partecipazione del Gruppo FS Italiane. L’iniziativa porta i visori e la formazione tecnica in realtà virtuale dietro le sbarre per fornire ai detenuti competenze utili al reinserimento nel mondo del lavoro una volta tornati in libertà. Al centro del progetto vi è la consapevolezza che la sicurezza sociale passa inevitabilmente attraverso la tutela della dignità umana.
Nordio: “Supporti senza i quali il lavoro diventa inutile” - Durante la conferenza stampa, il Ministro della Giustizia Carlo Nordio ha illustrato con chiarezza l’urgenza di intervenire sulle condizioni di vita post-detenzione. Il rischio di tornare a delinquere è altissimo, arriva al “40% entro un anno” fra chi “esce dal carcere e viene gettato sulla strada senza lavoro, senza retribuzione e con lo stigma”. La prospettiva cambia radicalmente quando si restituisce dignità all’individuo: “Chi invece trova un lavoro, ha un’occupazione e una casa vede la recidiva abbassarsi proprio a picco”. Per il Guardasigilli, “la tecnologica offre oggi possibilità straordinarie” e dunque occorre dare a chi esce “supporti senza i quali il lavoro diventa inutile”. Il Ministro ha poi elencato quali debbano essere questi requisiti minimi di cittadinanza: una volta fuori, i detenuti dovrebbero “avere la carta di credito, il conto corrente e un’abitazione decorosa”. Questo perché “la rieducazione del detenuto è scolpita nella Costituzione e anche nel nostro cuore”.
Valditara: “Se la persona cade va aiutata a rialzarsi” - Sulla stessa lunghezza d’onda il Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, che ha rivendicato il ruolo centrale dell’educazione nel processo di recupero. Il progetto “si inserisce pienamente all’interno di quella scuola Costituzionale che abbiamo in mente”, ha affermato. La visione di Valditara pone l’istituzione al servizio dell’essere umano: “La nostra Costituzione mette lo Stato a servizio della persona e quindi se la persona cade va aiutata a rialzarsi, va dato un riscatto”.
Per sostenere questo impegno, il Ministero ha messo in campo risorse ingenti. Sono stati “aggiunti 25 milioni di euro per laboratori e attività aggiuntive” inerenti alla formazione in carcere. “Abbiamo aumentato di 6 volte gli stanziamenti per la scuola in carcere”, ha detto il Ministro, motivando la scelta con il fatto che “sono fermamente convinto che la scuola debba sempre più dialogare” con il mondo esterno.
Ricreare una rete sociale per vincere lo stigma - Il progetto pilota punta ad allargarsi ad altre strutture, offrendo una risposta concreta al bisogno di reinserimento. Tommaso Tanzilli, presidente di Ferrovie dello Stato, ha spiegato il valore dell’iniziativa: “E’ una formazione immersiva, un’opportunità che creiamo per coloro che sono in procinto di rientrare nella società civile”. La motivazione è anche sociale, poiché “chi non ha opportunità di lavoro è molto probabile che torni a delinquere”. Anche il mondo produttivo riconosce la necessità di un’azione coordinata che vada oltre la semplice offerta di impiego. Secondo Maurizio Marchesini, vicepresidente di Confindustria per il Lavoro e le Relazioni industriali, “il problema è noto: le imprese cercano figure professionali e non le trovano mentre le persone che escono dal carcere non trovano lavoro a causa dello stigma e della mancata preparazione”. Per questo motivo, occorrerebbe “un po’ di coordinamento, un aiuto a ricreare le condizioni di vita civile e una rete sociale”, elementi indispensabili affinché la libertà ritrovata sia autentica e duratura.










