di Elisabetta Soglio
Corriere della Sera, 14 gennaio 2025
Le notizie che si trovano in rete danneggiano chi ha pagato il conto con la giustizia. In America giornali e siti hanno iniziato a rimuovere i vecchi articoli. Alcuni teologi ipotizzano che l’ultimo pensiero di San Pietro appena prima di spirare crocifisso a testa in giù - una richiesta sua, per non morire come Gesù - sia stato “almeno non sentirò più cantare il gallo”. Il chiaro riferimento era alla profezia del suo Maestro, puntualmente avveratasi, che al termine dell’ultima cena lo aveva ammonito: “Questa stessa notte prima che il gallo canti due volte mi rinnegherai tre volte”. La dannazione seguita a quel tradimento gli sarebbe stata poi ripresentata sotto forma di memoria per tutta la vita come inizio di ogni giornata: perché un gallo che canta all’alba, almeno allora, c’era ovunque. Come oggi Internet.
Che se un giorno fai una cosa sbagliata, magari un reato, e quella finisce su un giornale e poi su un sito, ti potrà sempre essere rimessa davanti. A te, ai tuoi amici, al tuo datore di lavoro, anche molti anni dopo averla pagata. Il contrario sarebbe il “diritto all’oblio”. Un tabù, per il mondo classico dell’informazione: la cancellazione di un fatto dagli archivi. Almeno quando la sua memoria diventa irrilevante o peggio dannosa per chi ne è stato protagonista come agente o come vittima. E invece, negli Stati Uniti, prima una agenzia di stampa e ora alcuni giornali hanno cominciato a farlo. A tradurre in pratica il Diritto all’oblio.
La prima è stata appunto un’agenzia dell’Ohio. Che ha cominciato a cancellare le vecchie storie, con foto segnaletiche e resoconti su persone accusate di vecchi reati che nel nostro mondo dominato dai motori di ricerca continuano a rispuntare anche decenni dopo che il conto con la giustizia è stato regolarmente pagato dal condannato. Ora, più o meno nello stesso modo in cui gli avvocati per i diritti civili lottano per far sì che i precedenti penali e giudiziari dei cittadini vengano secretati, Chris Quinn, direttore di Cleveland.com e del quotidiano Plain Dealer, sostiene che i giornali debbano rimuovere i vecchi articoli riguardanti crimini o reati minori che sono stati espiati.
Secondo quanto riportato dal Guardian, il concetto si è poi diffuso al Boston Globe, all’Atlanta Journal-Constitution, al Bangor Daily News nel Maine, all’Oregonian e al sito NJ.com del New Jersey. Quinn ha spiegato le motivazioni alla base dei suoi sforzi in un articolo su Cleveland.com che fa risalire la sua crisi di coscienza al 2018, quando aveva appena terminato di estrarre dagli archivi cinque nomi con relative foto. “Una era una persona che lavorava nel settore sanitario e aveva rubato dei farmaci al suo datore di lavoro. Un giudice alla fine ha dichiarato che non solo aveva scontato la pena ma si era anche completamente riabilitata. Nel frattempo però aveva perso la licenza per lavorare nel suo campo.
E il fatto è che mentre cercava di iniziare una nuova carriera ogni ricerca del suo nome su Google faceva riemergere i nostri articoli sul suo crimine, insieme con la sua foto segnaletica. Un altro era un uomo che ha rubato dei rottami metallici anni fa. Ha scontato la sua pena e la sua fedina penale si è ripulita. Eppure la nostra storia lo ha perseguitato”.
Quinn è stato intervistato dal Guardian e ha detto di aver ricevuto regolarmente telefonate ed e-mail da queste persone, che chiedevano che le loro storie venissero rimosse. Era stanco di “restare sulla tradizione” invece di essere semplicemente compassionevole. “Non ce la facevo più... Mi ero semplicemente stancato di dire di no alla gente”, ha detto.
Per ironia della sorte un alleato nella lotta per essere dimenticati è arrivato a un certo punto proprio da Google, che nel 2022 ha pagato Quinn e il suo team 200mila dollari per effettuare nei suoi archivi ricerche proattive su 1,4 milioni di contenuti. Allo scopo di eliminare storie che potrebbero essere imbarazzanti per i cittadini che hanno scontato una pena e/o pagato il loro debito con la società, o anche solo per coloro che hanno commesso atti imbarazzanti.
Anche l’Oregonian sta adottando provvedimenti per fare qualcosa del genere. Secondo l’editor Therese Bottomly ogni richiesta viene presa molto seriamente e analizzata singolarmente. Alcune vengono rimosse, altre vengono deindicizzate da Google in modo che non appaiano in una query di ricerca ma possano comunque essere trovate negli archivi dell’Oregon per un motivo o per un altro. Naturalmente non tutti i casi sono uguali, la valutazione va fatta volta per volta.
“Ma queste persone - ha detto Bottomly al Guardian - un giorno saranno i nostri vicini, i nostri colleghi e, si spera, membri contribuenti della società. Quindi non dovremmo trovare dei modi per non essere almeno una barriera inutile al loro rientro tra noi, quando hanno pagato il loro debito?”.









