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di Mariano Croce

Il Domani, 24 ottobre 2026

Il rischio più serio, allora, è quello di una progressiva “legalizzazione dell’eccezione”, destinata a sedimentarsi via via in una nuova normalità, nella quale i poteri eccezionali si concentrano nelle mani dell’esecutivo. Dinanzi a un malessere sociale che paralizza il paese e semina paura per le strade delle grandi città, il governo risponde con l’introduzione di nuovi reati: un’arma al contempo retriva e inefficace. E mentre nei ministeri si avanzano ipotesi di manovre riconducibili a forze ostili e a forme di guerra ibrida, affiora tra gli osservatori un dubbio ben più inquietante: possiamo davvero escludere che l’inconcludenza delle misure adottate dipenda, più che dall’incapacità delle istituzioni, da una precisa intenzione? Una condizione di diffusa turbolenza sociale, infatti, può facilmente sfociare in uno “stato di eccezione”: una situazione emergenziale nella quale il disordine viene invocato per legittimare, sul piano giuridico, il ricorso a forme sempre più dure e autoritarie di esercizio del potere.

Le piazze fluide di un movimento senza leadership Prima che si gridi al complottismo: lo stato di eccezione è una tecnica di governo che storicamente ha consentito di restringere gli spazi della democrazia. Un secolo fa, in Italia e Germania, le forze politiche più estremiste, con il pretesto dell’ordine da ripristinare, alimentavano violenti tumulti e miravano a neutralizzare le residue sacche di opposizione mediante strumenti repressivi formalmente legali, capaci di produrre, nei fatti, la sospensione dello Stato di diritto.

Senza richiamare circostanze tanto infauste, un esempio dell’uso spregiudicato di queste tecniche è offerto dalle dichiarazioni di Francesco Cossiga nel 2008, quando suggerì all’allora ministro dell’Interno Roberto Maroni di seguire il metodo da lui stesso adottato negli anni Settanta: ritirare le forze dell’ordine dalle strade, infiltrare i movimenti con agenti provocatori pronti a tutto e lasciare che per qualche giorno i più facinorosi mettano a ferro e fuoco le città; a quel punto, forti del consenso popolare, le istituzioni possono colpire senza pietà, finché il suono delle sirene d’ambulanza non sovrasti quello delle auto di polizia e carabinieri.

Il “metodo Cossiga” lega a doppio filo il consenso popolare e il ricorso alle maniere forti, secondo una dinamica ampiamente studiata dalla scienza politica in relazione all’espansione progressiva dei poteri di governo: durante le grandi crisi, l’azione dell’esecutivo si intensifica e nella popolazione si diffonde una generale acquiescenza ai nuovi metodi, giustificati dall’emergenza in corso. Una volta superata la crisi, tuttavia, i poteri ampliati non tornano allo stato iniziale. Al contrario, il livello raggiunto diventa la base di partenza per un ulteriore ampliamento, come d’altro canto testimonia il consenso che almeno una parte della cittadinanza accorda alla gestione panpenalistica del dissenso.

È su questo meccanismo, anzitutto psicologico, che s’innesta la lezione di Carl Schmitt: il potere si concentra nelle mani di chi utilizza con accorta strategia le condizioni di emergenza per modificare la percezione collettiva della minaccia, fino a consolidare il convincimento per cui le autorità non possano che ricorrere a mezzi sempre più risoluti e violenti. Non occorre arrivare fino all’incendio del Reichstag: è sufficiente che i disordini vengano alimentati, direttamente o indirettamente, per innalzare la soglia del panico e indurre la popolazione a ritenere giustificata la riduzione dei diritti di quanti vengono indicati dalle istituzioni come responsabili della crisi.

Quando il governo diventa barbaro in mondovisione Il rischio più serio, allora, è quello di una progressiva “legalizzazione dell’eccezione”, destinata a sedimentarsi via via in una nuova normalità, nella quale i poteri eccezionali si concentrano nelle mani dell’esecutivo. A questo rischio se ne aggiunge un altro, forse persino più grave: che si affermino forze più radicali ed estreme, pronte a propugnare misure ancora più invasive e capaci di sfruttare con maggiore spregiudicatezza il senso di pericolo ormai consolidato. Per arginare questa deriva, non c’è che da tener fermo un principio fondamentale: la contestazione, finanche la più agonistica, è il segno vitale di una dialettica democratica in salute, non già una patologia da estirpare mediante il ricorso a misure d’emergenza.