di Francesca Spasiano
Il Dubbio, 15 maggio 2026
Dopo anni di rinvii, buchi nell’acqua e tirate d’orecchie della Consulta, si deciderà tutto entro una manciata di giorni. Poco più di due settimane per dare al Paese una legge sul fine vita. Senza che si sappia ancora quale legge, tra le due opzioni sul tavolo. Una la firma il centrodestra, relatori Pierantonio Zanettin (Forza Italia) e Ignazio Zullo (Fratelli d’Italia). L’altra porta il nome di Alfredo Bazoli, senatore del Pd, che aveva portato la norma a metà traguardo, nella scorsa legislatura, con il primo sì della Camera. Sarà il suo testo, secondo il regolamento, ad andare in Aula il 3 giugno. Salvo che la maggioranza non trovi un nuovo accordo nelle commissioni riunite Giustizia e Affari sociali, dove il testo base adottato la scorsa estate è fermo da mesi.
La svolta è arrivata martedì scorso con la Conferenza dei capigruppo al Senato, che ha deciso per la calendarizzazione accogliendo la proposta di mediazione del presidente Ignazio La Russa. Da lì, i senatori di opposizione e maggioranza si sono lasciati con una stretta di mano e una vaga promessa: gli azzurri ci mettono la volontà di negoziare con una nuova proposta sul testo Zanettin-Zullo, il Pd si mette in ascolto. Ma per trovare un punto comune bisognerà superare il nodo relativo al servizio sanitario nazionale, che nell’attuale formulazione del testo resto escluso dai percorsi di suicidio assistito. Così vuole Fratelli d’Italia. Per Forza Italia l’idea è quantomeno “opinabile”. E le opposizioni parlano apertamente di “privatizzazione” del fine vita, come hanno fatto pure i medici con l’allarme lanciato nei mesi scorsi.
Difficile prevedere, al momento, come si possa aggirare l’ostacolo. I meloniani, secondo le indiscrezioni riportate ieri dall’Agi, tirano dritto e preparano la contromossa chiedendo il rinvio in commissione una volta giunti alla data del voto in Aula. “Forza Italia - spiega un esponente del partito di via della Scrofa informato sul dossier - è nel perimetro della maggioranza, voterà con noi”. “Il governo ha chiaramente indicato che questo è un tema che non prevede vincoli di maggioranza, vedremo cosa fare”, riferiscono fonti parlamentari forziste riportate dalla stessa Agenzia.
Se lo scontro politico sul nodo sanità, dunque, appare probabile. Sul piano del diritto c’è già un dato certo: l’esclusione del servizio sanitario fa piombare sul testo dubbi di incostituzionalità. Dal momento che la stessa Consulta, con la sua ultima sentenza sulla legge Toscana (impugnata dal governo e “salvata” in gran parte), ha ribadito che resta “intatto il diritto della persona, in relazione alla quale siano state positivamente verificate le condizioni per l’accesso al suicidio medicalmente assistito, di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura”. È il perimetro previsto dai giudici, che con la storica sentenza 242 del 2019 sul caso Cappato/Dj Fabo hanno stabilito quattro criteri di accesso al suicidio assistito: che il paziente sia affetto da una patologia irreversibile, che sia in grado di autodeterminarsi, che reputi le proprie sofferenze fisiche e psicologiche intollerabili, che dipenda da “trattamenti di sostegno vitali”. Non solo macchine a cui staccare la spina, come ha chiarito la Corte con la sentenza numero 135 del 2024, ma procedure necessarie alla sopravvivenza del malato, comprese alcune delle pratiche messe in atto dai caregiver.
Questi i confini, ormai chiari, che in assenza di una legge nazionale - e con i cantieri aperti nelle diverse Regioni - costringe molti pazienti a portare la propria battaglia in tribunale. Come nel caso di “Mariasole”, morta in Toscana con il suicidio assistito, che secondo Antonio Brandi, presidente di Pro Vita & famiglia, sarebbe “purtroppo l’ennesima conferma che l’Italia non ha bisogno di una legge che faciliti ulteriormente la morte di Stato”. Lo stesso Brandi auspica “un ravvedimento da parte delle forze di centrodestra, in particolare Forza Italia e Lega”. Mentre il Carroccio, per bocca del capogruppo al Senato Massimiliano Romeo, “cassa” il testo Bazoli e fa sapere che il partito lascerà “libertà di scelta e di coscienza su questi temi etici delicati”.









