di Paolo Fallai
Corriere della Sera, 31 luglio 2024
Una storia antica e un presente drammatico: il sovraffollamento fuori controllo e la piaga dei suicidi. C’è molto da scoprire dietro a questa parola, usata oramai quasi sempre per indicare un detenuto nelle carceri o galere. La semplicità apparente. Recluso è un participio passato del verbo recludere (chiudere). Quindi vuol dire semplicemente “rinchiuso”. Ma come ci fa notare il dizionario di Tullio De Mauro quel verbo recludere attestato in italiano nella prima metà XIV secolo ci arriva dal latino reclūdĕre che vuol dire “chiudere di nuovo”, perché composto del prefisso re- con valore iterativo e claudĕre “chiudere”. Quindi recluso è qualcuno che viene chiuso nuovamente?
La lezione latina. Tutto nasce da una fertile radice latina, clau - a cui dobbiamo oltre al verbo claudere, la chiave (clavis) e il chiodo (clavus). Ma anche la clausura (principalmente per le religiose che decidevano di isolarsi in convento) e il chiostro che ci arriva dal claustrum, chiusura che sbarrava l’ingresso. Tutti elementi che indicano una esclusione (sì, anche questa deriva da excludere, chiudere fuori). Per non parlare della claustrofobia, la paura dei luoghi chiusi, della clausola (che dalla chiusura in uno scritto è passata per estensione a indicarne una speciale condizione), l’enclave (che da “chiuso a chiave” è passato a indicare un terreno anche piccolo all’interno di uno stato diverso), o il conclave (che indica la riunione dei cardinali per eleggere il Papa e nasce nel 1268 a Viterbo quando i 17 cardinali chiamati a eleggere il successore di Clemente IV non riuscirono per mille giorni a mettersi d’accordo: furono così “chiusi a chiave” cum clavem, e gli fu razionato il cibo. Alla fine nel 1271 elessero Papa Gregorio X.
Collegamenti e sorelle. Nell’aprile 2020, per il sito unaparolaalgiorno.it Salvatore Congiu ha analizzato questo fiorire di collegamenti. Dopo essersi soffermato sul rapporto con la parola tedesca Klausur, che significa “esame scritto” - “perfettamente coerente, persino ovvia nel suo incarnare la natura esclusiva (ex claudere, chiudere fuori) delle prove d’esame scritte, svolte di norma in aule inaccessibili ai profani e sotto il rigido controllo di una commissione esaminatrice” - Congiu esamina “clavicola e caviglia: anche se per vie diverse, entrambe derivano da clavicula (diminutivo di clavis, quindi ‘piccola chiave’); ma il loro legame con la chiave, più che nella forma, sta nella funzione di collegamento che svolgono - la clavicola tra sterno e scapola, la caviglia tra gamba e piede. Un tempo, infatti, in anatomia chiave valeva ‘giuntura, articolazionè”.
Torniamo alla reclusione. Fare una storia della reclusione è molto difficile, perché da sempre gli uomini hanno fatto prigionieri e li hanno privati della libertà. Il concetto di reclusione come luogo dove espiare la violazione di una legge è molto recente. In realtà fino a pochi secoli fa per i reati più gravi la norma era la pena di morte e la prigionia era riservata ai debitori. È solo nel 1700 che si cominciano a creare le moderne “case di correzione” (Clemente XI inaugura la prima a Roma nel 1704), ma è con la rivoluzione industriale che dagli Stati uniti all’Europa si costruiscono i penitenziari dove i reclusi, oltre all’isolamento, sono condannati ai lavori forzati.
Oggi in Italia. Nel nostro Paese esistono 190 istituti tra case circondariali (che dovrebbero essere destinate ai detenuti in attesa di giudizio) e case di reclusione (per scontare le pene definitive) con una capienza ufficiale (e molto contestata) di 51.234 posti e una presenza effettiva che sfiora le 61500 unità. “4.000 detenuti in più in solo 12 mesi, il livello di sovraffollamento raggiunto nelle carceri italiane è ormai ai livelli di guardia”. A dirlo è Antigone, associazione che dal 1991 si occupa del sistema Penitenziario e penale italiano nel suo ultimo dossier. Il tasso di affollamento è mediamente del 130,4% (al netto dei posti conteggiati dal Ministero della Giustizia ma non realmente disponibili). In 56 istituti penitenziari, oltre un quarto di quelli presenti in Italia, il tasso di affollamento è superiore al 150% con punte di oltre il 200% negli istituti di Milano San Vittore maschile e Brescia “Canton Mombello”. Questo significa che ci sono 200 persone detenute laddove ce ne dovrebbero essere 100. Per capire la gravità della situazione si pensi ad una scuola o un ospedale dove ci siano il doppio degli studenti o dei pazienti che le strutture sono in grado di seguire. Il sovraffollamento non risparmia neanche gli istituti penali per minorenni (IPM), che per la prima volta registrano questa problematica.
La piaga dei suicidi. Il 2024 si sta caratterizzando anche come l’anno dell’emergenza suicidi. Le persone che si sono tolte la vita all’interno di un istituto penitenziario sono state 58 a luglio 2024. Di questo passo - denuncia il dossier di Antigone - sarà superato il primato negativo registrato nel 2022, quando a fine anno le persone che si suicidarono in carcere furono 85.
L’allarme di Mattarella. Durante il tradizionale scambio di auguri con i giornalisti prima della pausa estiva, il Presidente della Repubblica, si è soffermato sull’allarmante situazione nelle carceri, ricordando le decine di suicidi, in poco più dei sei mesi, quest’anno. “Condivido con voi - ha detto Sergio Mattarella - una lettera che ho ricevuto da alcuni detenuti di un carcere di Brescia: la descrizione è straziante. Condizioni angosciose agli occhi di chiunque abbia sensibilità e coscienza. Indecorose per un Paese civile, qual è, e deve essere, l’Italia. Il carcere non può essere il luogo in cui si perde ogni speranza, non va trasformato in palestra criminale”.











