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di Andrea Fabozzi

Il Manifesto, 8 maggio 2022

L’incrocio con la riforma Cartabia rischia di risolversi al fotofinish. Entro al massimo dieci giorni, i quasi cinque milioni di elettori italiani residenti all’estero riceveranno una cartolina-avviso, di colore azzurro, che li informerà del loro diritto di votare per cinque referendum abrogativi sulla giustizia, previsti in Italia il 12 giugno.

Potranno votare per corrispondenza entro il 2 giugno, ma solo per i referendum. Se nel comune dove sono iscritti alle liste elettorali si vota anche per il sindaco, quel voto possono esercitarlo solo tornando in patria. Ma andrà proprio così?

Potranno cioè gli italiani all’estero, e gli altri 46 milioni di elettori che invece stanno in Italia, votare davvero per tutti i cinque quesiti referendari? La risposta a questa domanda passa per i tempi di approvazione della riforma Cartabia dell’ordinamento giudiziario. Al senato questa settimana, in commissione giustizia, comincerà la discussione generale sulla riforma e si terranno alcune audizioni. Pd, 5 Stelle e Forza Italia non hanno chiesto di ascoltare alcuno, perché puntano a fare presto.

Gli altri frenano e la Lega vuole modificare il testo approvato dalla Camera e rendere così necessaria una terza lettura. Martedì la conferenza dei capigruppo di palazzo Madama indicherà il giorno previsto per l’arrivo in aula del provvedimento, dovrebbe essere il 24 maggio. Il Piave mormorò e i senatori dovranno correre, o il governo mettere la fiducia, se la ministra Cartabia vuole conservare qualche speranza di poter far svolgere le prossime elezioni del Csm con le nuove regole. Ma c’è un altro incrocio, oltre a quello per la scelta dei nuovi togati del Consiglio superiore, che ugualmente si giocherà sul filo dei giorni.

L’incrocio, appunto, con i referendum sulla giustizia promossi da radicali e leghisti ma poi formalmente richiesti dalle regioni di centrodestra. Dei cinque referendum sulla giustizia passati indenni al vaglio della Corte costituzionale (che ha invece fermato quello sulla responsabilità civile dei magistrati) solo due sono sicuramente destinati a restare in piedi. Sono i primi due secondo la numerazione che gli è stata assegnata dal ministero dell’interno: il quesito che punta ad abrogare la legge Severino (incandidabilità e decadenza dalle cariche elettive in caso di condanna) e il quesito che limita i casi in cui il giudice può disporre la custodia cautelare. Nessuna delle due disposizioni normative di cui si chiede l’abrogazione, infatti, è toccata dalla riforma.

Un quesito referendario è invece certamente destinato a decadere nel caso la riforma Cartabia dovesse essere promulgata e pubblicata in Gazzetta Ufficiale prima del 12 giugno. Si tratta di quello che chiede la cancellazione delle 25 firme necessarie per la presentazione delle candidature al Csm, perché identica cancellazione è già prevista da una norma immediatamente in vigore contenuta nella riforma. Dubbia invece la sorte degli altri due quesiti, la cui sopravvivenza è probabile ma non certa.

Il quesito numero quattro punta a introdurre il diritto di voto di avvocati e professori universitari nei Consigli giudiziari quando di tratta di esprimersi sulle valutazioni di professionalità dei magistrati. La riforma limita questo diritto ai soli avvocati e soprattutto rimanda la norma cogente a una delega al governo. L’ufficio centrale per il referendum della Cassazione potrebbe confermare il referendum, visto che l’esercizio della delega da parte del governo è eventuale e non certo. Lo stesso ufficio dovrà prendere la decisione più delicata stabilendo se salvare il terzo quesito abrogativo (lunghissimo, cancella 13 commi da 7 leggi).

Riguarda le funzioni dei magistrati: oggi sono possibili quattro passaggi dalla funzione di giudici a quella di pm o viceversa, nella riforma si prevede un solo passaggio ma il referendum punta a vietarli del tutto. I precedenti, soprattutto quello del 2011 sul nucleare (ma anche quello del 2016 sulle trivellazioni), militano in favore della salvaguardia del referendum, trasferito sulle nuove norme. Perché, ha detto la Corte costituzionale nel 1978, se cambia la legge sulla quale è stato proposto referendum abrogativo questo non basta a far decadere il quesito se la nuova disciplina non fa venire meno le ragioni dei proponenti.