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di Antonella Rampino

Il Dubbio, 21 febbraio 2026

Che cosa accadrà dopo il referendum? Lo sguardo che sul Paese si dispiega dal Colle è lungo, dal Quirinale si lavora tenendo d’occhio l’orizzonte, non solo le contingenze quotidiane. Perché la politica non è fare questa o quella mossa, questa o quella dichiarazione. La politica, come sembra si sia dimenticato in questi sciagurati anni Venti del terzo millennio, è sapere che conseguenze avranno azioni o dichiarazioni: è avere sempre presente il punto di caduta, nei casi migliori il risultato al quale si punta. E dunque le parole pronunciate da Sergio Mattarella al plenum del Csm mercoledì scorso non sono solo un grave monito, un allarme.

Né un richiamo all’ordine poiché la soglia tra lo scontro politico da campagna elettorale e la crisi istituzionale si è fatta breve. Sono, soprattutto, l’espressione di una preoccupazione forte e di lunga gittata: abbassare i toni - come si dice comunemente con espressione un po’ corriva - non solo durante la campagna referendaria, e dunque nel mese che ci separa dalla consultazione - ma soprattutto in vista del dopo referendum.

Vinca il sì o vinca il no - e ovviamente non è certo questo il punto, per il Quirinale - occorre prefigurarsi in che condizioni ci si troverà, dopo i violentissimi attacchi che dal governo sono stati lanciati a un ordinamento dello Stato, e a un’istituzione costituzionale qual è il CSM. Facile e ovvio sarebbe considerare che una vittoria sulle macerie - vinca il sì, o vinca il no - non conviene a nessuno. Non a caso Mattarella ha precisato di parlare in qualità di presidente della Repubblica, e non tanto di presidente del CSM, mettendo in campo tutta la propria autorevolezza, che certo gli deriva pure dall’essere l’unico leader ad alto gradimento popolare (e, in questi giorni, anche nei panni di “vincitore morale” alle Olimpiadi della neve). Perché sotto traccia, a parte quelle che potrebbero essere le effettive modalità di attuazione della complicatissima riforma, i decreti al momento a quanto pare allo studio del Guardasigilli ma non ancora chiari né tantomeno chiaramente comunicati, c’è anche un taciuto argomento di buon senso.

Giorgia Meloni non ha immediatamente plaudito alle parole del capo dello Stato, lo ha fatto il giorno dopo -era inevitabile per non allargare ulteriormente la frontiera dello scontro istituzionale- avendo a caldo attaccato i magistrati, ma per la sentenza sulla Sea Watch. Ed è un probabile segnale che gli attacchi ai giudici continueranno, nel mese di campagna referendaria, ma circoscritti alla materia dell’immigrazione, alla quale l’elettorato di destra è sensibile. Ma questo non recedere da una campagna elettorale aggressiva -anche se in verità da nessuno degli svariati Comitati per No sono venuti insulti alla maggioranza o al governo- sembra dimenticare che, se il fine della riforma era mettere il freno a mano ai più che trentennali disastrosi rapporti tra politica e magistratura, l’obiettivo centrato è esattamente l’opposto.

Vinca il sì o vinca il no, il giorno dopo il referendum una magistratura denigrata fino all’insulto (quel “paramafioso” rivolto al CSM e mai ritrattato proprio dal ministro di Giustizia) di certo non avrà incentivi ad improntare l’esercizio delle proprie funzioni a cautela e moderazione. A lasciarlo intendere esplicitamente è stato un politico di lungo corso come Giorgio La Malfa. Motivando la propria posizione per il no alla riforma costituzionale che separa le carriere ha detto che in linea di massima non sarebbe contrario, ma il punto è che questa riforma non raggiunge l’obiettivo che si vuol prefiggere: come si può placare lo scontro tra magistratura e politica costringendo un magistrato a scegliere se essere giudice o pubblico ministero? Un magistrato costretto al ruolo dell’accusatore a vita -è il ragionamento di La Malfa- rischia di trasformarsi in un vero e proprio inquisitore. Ecco. Alla fine, il giorno dopo la consultazione referendaria, vinca il sì o vinca il no, il rischio è proprio questo. Aver esacerbato ulteriormente i rapporti tra funzioni dello Stato, e doverne sopportare le conseguenze.