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di Nina Verdelli

Vanity Fair, 12 febbraio 2026

Come cambierebbe la magistratura se vincesse il Sì al referendum sulla giustizia? La “riforma Nordio” va a vantaggio dei cittadini o di chi, di volta in volta, detiene il potere? Rispondono Stefano Ceccanti (favorevole) e Tomaso Montanari (molto contrario). Sul referendum sulla giustizia Giorgia Meloni si gioca tutto. Come fece Matteo Renzi nel 2016: puntò sulla riforma costituzionale, il popolo la bocciò e lui si dimise da Presidente del Consiglio. Allo stesso modo, il prossimo 22 e 23 marzo, c’è chi andrà alle urne per esprimersi a favore o contro il Governo.

Per quelli che, invece, voteranno al di là delle proprie convinzioni politiche, abbiamo preparato una spiegazione completa della cosiddetta “riforma Nordio”, voluta appunto dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, chiedendo a due esperti con idee opposte di illustrare come cambierebbe la giustizia. Stefano Ceccanti voterà “Sì”. Secondo il professore di diritto ordinario alla Sapienza, già deputato Pd, la riforma porterà a una positiva scissione della funzione requirente (i pm) da quella giudicante (i giudici). Tomaso Montanari, invece, è un fermo sostenitore del “No”. Il rettore dell’Università per stranieri di Siena la definisce una riforma “contro” la magistratura, mirata a sottomettere i giudici ai politici, con pericolose ripercussioni per la tenuta democratica del Paese.

1. Separazione delle carriere

SÌ Il mestiere di chi giudica (giudice) non può che essere separato da chi accusa (pm), come in tutte le democrazie consolidate. In passato, sotto il fascismo, il processo partiva dalla presunzione di colpevolezza e quindi giudice e accusatore erano dalla stessa parte, mentre si prevedeva un avvocato come male minore. Con la presunzione di innocenza, il giudice deve essere separato da accusa e difesa per essere indipendente.

NO È l’aspetto meno rilevante di questa “riforma della magistratura”. Dopo la riforma Cartabia i magistrati possono cambiare funzione (cioè passare da giudici a pm e viceversa) solo una volta. Tuttavia non è rassicurante la radicalizzazione di questa divisione, che impedirebbe di chiamare davvero “giudice” chi sosterrà sempre e solo la pubblica accusa, con il rischio di accentuare alcuni tratti “polizieschi” dei pm, almeno sotto il profilo culturale.

2. Divisione in due del Csm

SÌ A oggi, il Consiglio superiore della magistratura rappresenta l’organo di autogoverno per giudici e pm. Ma a che servirebbe la separazione delle carriere se poi i pm, che hanno un più forte impatto sui mass media, potessero ancora incidere sulle carriere dei giudici? Separare il Csm in due, invece, è più decisivo. Nei due Csm ci sarebbe sempre una maggioranza di 2/3 composta dai magistrati (giudici o pm), garantendo così autonomia.

NO La frantumazione dell’ordine giudiziario è evidente in questo sdoppiamento dell’unico organo di autogoverno della magistratura previsto dalla Costituzione. Il vero obiettivo è dividere, e dunque rendere più debole, un potere, quello giudiziario, che viene visto come un “nemico” del potere esecutivo. Emerge la natura profondamente ostile di questa “riforma” contro la magistratura.

3. Sorteggio

SÌ Con la riforma, i magistrati non eleggeranno più i propri rappresentanti che, invece, saranno scelti per sorteggio. L’attuale Csm è dominato da una rigida divisione in correnti che porta a logiche spartitorie. Questo meccanismo deve essere superato. Il sorteggio è uno dei modi possibili, forse il più drastico, per fare in modo che ciascuno sieda lì dando garanzie di indipendenza, non dovendo rendere conto a nessuno. Per quanto riguarda i membri sorteggiati da una lista composta dal Parlamento, è un metodo che si usa già per la maggioranza dei giudici che devono giudicare il Presidente della Repubblica.

NO È la previsione più grottesca della riforma. Per quale funzione importante penseremmo al sorteggio, se perfino a scuola i rappresentanti di classe si eleggono? Si vuole impedire proprio l’autogoverno dei magistrati, che per essere tale deve basarsi su una scelta dei “governanti”. Il primo a proporre questa idea fu l’Msi di Giorgio Almirante, che si definiva “fascista in democrazia”. Lo scopo era lo stesso del regime fascista, che costrinse l’Associazione nazionale magistrati a sciogliersi per asservire i giudici al regime. Un movente trasparente anche questa volta, quando si ricorda che la componente “laica” dei due Csm sarebbe sempre sorteggiata, ma su una lista votata dal Parlamento su proposta della maggioranza politica, controllata dal governo. Cioè: la politica sceglie i propri rappresentanti, mentre quelli dei giudici li dovrebbe scegliere il caso.

4. L’alta corte disciplinare

SÌ Attualmente, il Csm ha compiti sia amministrativi sia sanzionatori nei confronti dei magistrati, cosa che già non ha senso di per sé. Inoltre, tale sistema porta a non sanzionare quasi nessuno. Dal 1991 si discute di creare una Corte che si occupi solo di disciplina. Lo voleva anche il Pd nel 2022. Anche qui la maggioranza (3/5) sarebbe di giudici e pm, garantendo autonomia, bilanciati dagli altri 2/5 espressi dal Presidente della Repubblica e dal Parlamento.

NO Si tratta di un “giudice speciale” che potrebbe essere in contrasto frontale con quanto prevede l’art. 102 della Costituzione. Oltre a essere di dubbia legittimità (una sua sezione giudicante potrebbe essere interamente di nomina politica), è definita in modo vago e contraddittorio. Per esempio, nel fatto che ne farebbero parte sia i pm sia i giudici: separazione delle carriere, ma unione nell’Alta corte disciplinare! Più in generale, la riforma non chiarisce molti aspetti cruciali di questo organo, che dovranno essere definiti per legge ordinaria, e quindi sottoposta al vaglio della Corte Costituzionale, con esiti che nessuno sa prevedere (per esempio: le sentenze di secondo grado di questa Alta Corte sarebbero appellabili o no in Cassazione?). Insomma, un pasticcio.

5. Maggior certezza della pena

SÌ Questo obiettivo non è perseguito direttamente dalla riforma; è però favorito un percorso più lineare a favore del cittadino. Oggi, con la sentenza definitiva, ci sono tra il 40 e il 50 per cento di assoluzioni. Troppe. Vuol dire che molti non dovevano essere processati né essere vittime di ingiuste detenzioni. Questo accade perché i giudici delle fasi preliminari sono subalterni ai pm anche a causa del Csm unico. Resi più indipendenti, si andrà a giudizio solo se l’accusa dimostrerà un solido fondamento.

NO Pura propaganda, infondata. Come ha detto lo stesso Nordio (il 18 marzo 2025), “questa riforma non influisce sull’efficienza della giustizia”.

6. Velocizzazione dei processi

SÌ Diminuendo i rinvii a giudizio, perché i giudici dell’udienza preliminare saranno autonomi dai pm e sapranno dire di no alle loro richieste (oggi accolte in più del 95 per cento dei casi), gli altri processi, dove l’esito può realmente essere di condanna, saranno di meno e quindi più veloci.

NO Vale la risposta precedente.

7. Rapporto tra potere esecutivo e giudiziario

SÌ Quello che cambia è il rapporto tra pm e giudici dentro il potere giudiziario, rendendo i giudici più indipendenti. Tra esecutivo e giudiziario non cambia nulla. Qualcuno prospetta il rischio che, dentro i Csm e la Corte disciplinare, sia più forte il peso di maggioranza e governo, ma la maggioranza resta di magistrati e i membri sorteggiati dalla lista del Parlamento richiedono un consenso ampio (3/5) che va oltre la semplice maggioranza di governo, incentivando il dialogo e l’accordo tra le diverse forze politiche.

NO Questo è il punto centrale della questione: la riforma non serve ai cittadini, serve a sottomettere i giudici ai politici. Criticando i rilievi della Corte dei Conti alle procedure relative al Ponte sullo Stretto, Giorgia Meloni si è lasciata andare a una rara esplicitazione: “La riforma costituzionale della giustizia e la riforma della Corte dei Conti rappresentano la risposta più adeguata a una intollerabile invadenza, che non fermerà l’azione di governo sostenuta dal Parlamento”. Ecco, finalmente, il punto vero: il governo vuole mani libere, non tollera controlli o verifiche. Nella lunga e penosa vicenda della deportazione in Albania dei migranti, il governo Meloni si era espresso in modo analogo, per bocca del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, il quale ha denunciato un “aggiramento della volontà popolare attraverso la strada giudiziaria”. È un ragionamento pericoloso: nelle democrazie i giudici non devono obbedire alla politica, perché la sovranità popolare non si esprime solo nel voto, ma anche in sentenze libere, emesse, in nome del popolo, da giudici liberi di obbedire solo alla legge. Altre riforme costituzionali già presentate dalla maggioranza dicono che i passi successivi sarebbero: togliere la Polizia giudiziaria alla magistratura e darne il controllo al governo, e abolire l’obbligatorietà dell’azione penale. In estrema sintesi, il governo potrebbe decidere direttamente chi va in galera e chi va a processo. Come in Russia, o in Cina.

Perché andiamo a votare

SÌ Perché maggioranza e opposizione in questo periodo non sanno fare riforme condivise a 2/3, che eviterebbero il referendum. Per colpa di entrambi. A questo punto, ognuno di noi deve votare in coscienza, non per appartenenza partitica: quello lo faremo alle elezioni politiche.

NO Perché (come richiede la Costituzione per le riforme costituzionali che non passano con i 2/3 del Parlamento) lo ha chiesto un certo numero di parlamentari, e perché sono state raccolte oltre 500 mila firme di cittadini contrari alla riforma.

Perché non serve il quorum

SÌ Perché si vota su un testo approvato dal Parlamento e i Costituenti hanno voluto che fosse più facile confermare rispetto al referendum abrogativo, dove le persone sono chiamate a smentire una scelta del Parlamento.

NO Non serve per quelli confermativi in materia costituzionale.

Perché i fuorisede non votano

SÌ Perché purtroppo ancora in Italia domina un conservatorismo che non capisce che è il servizio elettorale che deve avvicinare i cittadini e non viceversa. Voto a distanza, per corrispondenza, per un numero di giorni maggiore presso uffici pubblici devono essere presi in considerazione.

NO Perché il governo si rifiuta di fare un decreto che permetterebbe a 5 milioni di italiani di votare. Il governo ha paura del popolo.