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di Francesco Machina Grifeo

Il Sole 24 Ore, 17 marzo 2026

Nel 2020, l’allora deputata del “gruppo Misto” (eletta con Forza Italia) proponeva una riforma costituzionale con criteri di priorità stabiliti dal Parlamento su iniziativa del Governo. Nel confronto sul referendum sulla giustizia c’è una domanda che resta al centro delle polemiche: chi decide le priorità dell’azione penale. Per il fronte del “Sì” il tema è slegato dalla riforma. Per il fronte del “No”, al contrario, è proprio questo il rischio: che la politica finisca per orientare le priorità della giustizia penale. In questo contesto diventa interessante un precedente parlamentare della passata legislatura.

Nel 2020 l’allora deputata di Forza Italia Giusy Bartolozzi, oggi Capo di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio - nei giorni scorsi sulle prime pagine per una frase in cui accostava i magistrati a “plotoni di esecuzione” di cui liberarsi col “Sì” referendum - presentò una proposta di legge costituzionale per modificare l’articolo 112 della Costituzione sulla obbligatorietà dell’azione penale. Nella presentazione della norma si legge che la sproporzione tra il numero di reati e le risorse disponibili “fa sì che l’azione penale sia oggi esercitata secondo criteri soggettivi, diversi tra i vari uffici giudiziari e, ciò che costituisce l’aspetto peggiore, senza l’attribuzione di responsabilità”.

La riforma Cartabia del 2021 ha poi previsto che il Parlamento possa indicare criteri generali di priorità nell’esercizio dell’azione penale, ma una legge che li definisca concretamente non è mai stata approvata. Di fatto le priorità continuano quindi a essere stabilite soprattutto a livello delle singole procure, attraverso i loro progetti organizzativi. In questo modo il legislatore ha cercato di dare una risposta al problema senza modificare direttamente l’articolo 112 della Costituzione. La proposta Bartolozzi invece eliminava l’obbligatorietà dell’azione penale sostituendola con la seguente disposizione (co. 2): “Il Governo, su proposta del Ministro della giustizia, di concerto con il Ministro dell’interno, presenta alle Camere, per ogni triennio, un disegno di legge indicante i criteri e le priorità da osservarsi nell’esercizio dell’azione penale”.

Nei paesi europei dove la separazione tra giudici e Pm è più forte, il rapporto tra procura e governo è spesso organizzato in modo diverso rispetto all’Italia. In Francia, il Ministro della Giustizia può emanare indirizzi generali di politica criminale ai procuratori, pur senza intervenire nei singoli procedimenti. In Germania il pubblico ministero è formalmente subordinato al potere esecutivo attraverso i ministri della giustizia federale o dei Länder, che possono impartire direttive sull’azione delle procure. Ma nel 2019 la Corte di giustizia dell’Unione europea ha escluso che i procuratori tedeschi possano emettere mandati di arresto europei, proprio perché soggetti al potere di direttiva dei ministri della giustizia. In altri ordinamenti europei con modelli simili, come Spagna o Paesi Bassi, esistono forme di indirizzo politico-criminale o meccanismi di coordinamento governativo o parlamentare.

La Relazione alla Pdl Bartolozzi metteva le mani avanti: “I criteri di priorità fissati per legge non implicano alcuna subordinazione dei pubblici ministeri al potere politico poiché solo il quadro delle priorità è stabilito dal Parlamento, mentre l’esercizio concreto della funzione dell’accusa resta, ovviamente, autonomo e indipendente”. Va tuttavia ricordato che l’obbligatorietà dell’azione penale è stata storicamente concepita in Italia come una garanzia di imparzialità e di uguaglianza davanti alla legge. Resta però una distanza tra il principio costituzionale e la pratica quotidiana del sistema giudiziario.

Alcuni commentatori hanno osservato che la giustizia potrebbe concentrarsi con maggiore decisione su determinati reati ritenuti socialmente più gravi, come le violenze sessuali o alcuni fenomeni legati alla sicurezza e all’immigrazione. Altri hanno invece messo in guardia contro questa prospettiva, che rischia di tradursi in una forma di “populismo penale”, alimentata anche dalla proliferazione di nuovi reati sull’onda dei fatti di cronaca. La domanda non nasce col referendum ma la separazione delle carriere potrebbe renderla ancora più centrale nel sistema istituzionale italiano.