di Mario Di Vito
Il Manifesto, 14 dicembre 2025
C’è un gruppo pronto ad andare in Cassazione e fermare così il blitz del governo. L’Anm: “Serve un dibattito informato nel paese”. La mossa già nei prossimi giorni. Prc: “Disponibili a presentare un quesito”. Nei primissimi giorni della settimana, un gruppo di cittadini si recherà alla cancelleria dell’Ufficio centrale per il referendum della Corte di Cassazione e farà richiesta di raccogliere le firme per il referendum sulla riforma della giustizia. Non è stato complicato comporre questo mini comitato informale, anche se le varie associazioni che compongono la Via Maestra (e i partiti) hanno evitato di prendere una posizione precisa sul punto, un po’ per calcolo, un po’ per opportunità e un po’, forse, per generale sottovalutazione della questione.
Ad ogni modo, di volenterosi possessori di tessera elettorale ne bastano appena dieci, e probabilmente saranno molti di più quelli che si ritroveranno al Palazzaccio. La mossa, oltre che simbolica, avrà una certa utilità pratica: dal momento della loro richiesta, per fissare la data del voto sarà necessario aspettare tutti i tre mesi dall’approvazione definitiva della riforma: era il 30 ottobre quando il Senato pronunciò a maggioranza l’ultimo Sì, dunque si arriverà alla fine di gennaio. A quel punto ogni data sarà buona per l’indizione del referendum, con la data che dovrà essere individuata da lì a settanta giorni al massimo. Parliamo della seconda metà di marzo, almeno, o forse addirittura di aprile.
L’unica forza politica che sin qui ha preso atto della volontà del governo di accelerare per stroncare sul nascere la rimonta del No - come annunciato nei giorni scorsi dal sottosegretario Alfredo Mantovano che vorrebbe chiudere la partita in consiglio dei ministri entro la fine dell’anno - è Rifondazione Comunista. “Va sventato il tentativo di imporre una campagna lampo per evitare che l’opinione pubblica comprenda la reale portata e le conseguenze dello stravolgimento della Costituzione - dicono il segretario Maurizio Acerbo e il responsabile della giustizia Gianluca Schiavon -. Siamo a disposizione per lavorare con le forze interessate alla presentazione del quesito e alla raccolta firme che consentirebbero di avere il tempo per una campagna capillare”.
Della “guerra lampo” referendaria del governo si è parlato anche ieri mattina al comitato direttivo centrale dell’Associazione nazionale magistrati. “Se ci saranno cittadini che vorranno raccogliere le firme, non possiamo che ringraziarli”, ha detto il segretario Rocco Maruotti nella sua relazione d’apertura. Poi, davanti ai cronisti, ha proseguito: “Quello che ci preoccupa è che all’assenza di dibattito in parlamento adesso seguirà anche un’assenza di discussione nel paese. Se i cittadini non saranno adeguatamente informati su un tema così tecnico e complicato, il rischio è che non vadano a votare e quindi la Costituzione verrebbe modificata da una minoranza”. L’Anm, perché vuole evitare in ogni modo di entrare nella contesa politica vera e propria, comunque non si muoverà per le firme.
Lo ha confermato il presidente Cesare Parodi, aggiungendo però che l’associazione “guarderà con interesse a chi vorrà farlo”. Non farà nulla nemmeno il comitato Giusto dire no guidato dal costituzionalista Enrico Grosso e dal giudice Antonio Diella, sempre per lo stesso motivo: si tratta, almeno nelle intenzioni, di un organo che vuole spiegare tecnicamente perché la riforma Nordio è sbagliata e non vuole correre il rischio di politicizzare se stesso oltre il dovuto. Diversa la situazione all’interno della Via Maestra: la Cgil - capofila del raggruppamento - continua ad essere fermamente contraria alla raccolta delle firme, a causa del timore di andare incontro a un altro fallimento dopo il disastro dei referendum di giugno. Anche Anpi e Arci hanno mostrato perplessità per motivi simili, e il resto della truppa non vorrebbe rompere l’unità su questo tema. La via d’uscita però è stata trovata in maniera piuttosto agevole: non serve che le organizzazioni si mobilitino, infatti, bastano dieci cittadini qualunque che vanno in Cassazione tutti insieme.
Quando lo faranno - a strettissimo giro di posta - la questione comunque sarà sul tavolo: la soglia del mezzo milione necessario a circostanziare la propria richiesta all’Ufficio centrale per il referendum è sì alta, ma non impossibile da raggiungere. La storia degli ultimi tentativi, in fondo, è una storia di successo, anche in virtù della piattaforma che consente di raccogliere sottoscrizioni online. Dal fine vita alla cannabis, dalla cittadinanza al lavoro: l’obiettivo da qualche anno a questa parte è sempre stato raggiunto nello spazio di pochi giorni. Farcela un’altra volta sarebbe peraltro un segnale forte in vista del confronto nelle urne.
Molto più dei sondaggi che continuano a girare, dove la domanda non riguarda mai il referendum in sé ma una generica adesione di principio alla “separazione delle carriere”. Tema che, malgrado i tanti annunci governativi e le tonnellate di propaganda interessata, non è nemmeno l’epicentro di questa riforma della giustizia.











