di Alessandro De Angelis
La Stampa, 27 ottobre 2025
Va di moda, nel centrodestra, spifferare - e non c’è motivo per dubitare dell’intenzione - che “Giorgia Meloni non commetterà l’errore di Matteo Renzi”. Quello cioè di trasformare il referendum costituzionale (stavolta è sulla giustizia) in un voto politico su di sé. Allora la personalizzazione fu l’errore fatale e bye bye palazzo Chigi. Lo spiffero, che oggi rivela una preoccupazione, è destinato, vedrete, a diventare una pia illusione in tempi brevi. Ovvero: appena finite le Regionali, quando partirà una campagna referendaria lunga sei mesi. L’illusione è destinata a cadere non solo per ragioni di indole della premier, piuttosto incline a non sottrarsi alla pugna in prima persona, quando il clima si scalda. Ma soprattutto per ragioni squisitamente politiche.
C’è poco da fare: sarà un referendum sul governo e su Giorgia Meloni. Lo sarà per come la riforma è stata presentata: uno scalpo storico della magistratura. Che del trumpismo mutua il racconto di un potere senza vincoli in virtù della propria unzione popolare, del vecchio e nuovo berlusconismo (pure Marina si è appalesata) il repertorio sulle “toghe rosse”. Sentirete che fanfare questa settimana, appena si concluderà l’iter parlamentare.
Lo sarà per come la separazione delle carriere è stata realizzata: una riforma “del governo”, senza confronto in Parlamento. Lo sarà perché l’acceleratore lo ha premuto consapevolmente Giorgia Meloni. Delle tre riforme, pomposamente annunciate per “fare la storia”, una si è rivelata infattibile (l’Autonomia), l’altra troppo rischiosa e dunque congelata (il Premierato), la Giustizia è stata ritenuta il terreno più agevole, vista la scarsa popolarità dei giudici nel Paese. E lo sarà per esigenze di mobilitazione. Per portare la gente alle urne alle Europee Giorgia Meloni si è dovuta candidare capolista (anche lì: fu un voto sul governo e le andò bene), alle Regionali ha stampato il suo volto sui manifesti accanto a quello dei candidati governatori, difficilmente potrà stare alla finestra in occasione del referendum (peraltro senza quorum) lasciando l’onere comiziante a pensosi costituzionalisti.
Insomma, avrebbe potuto continuare a prosperare in un tranquillo tran tran fino alle politiche. Ha invece scelto, sostanzialmente, di tenere le prove generali un anno prima, dando così agli avversari, divisi su tutto, l’unico bersaglio unificante: il “no” che, in questo caso, basta per vincere. Una “politicizzazione” in sé, al di là di come gestirà la campagna. Ove, prevedibilmente, il governo proverà a circoscriverla sul tema giudici, le opposizioni a caricarla del significato di “difesa della Costituzione” sperando che, allo scoccare del decennio, non ci sia due senza tre: la “Carta” ha già battuto Silvio Berlusconi nel 2006 e Matteo Renzi nel 2016. Sin qui le intenzioni. Poi si sa come vanno queste competizioni: assumono significati simbolici che non puoi definire in partenza, molto legate a episodi e clima del momento. Certo è che per entrambi gli schieramenti ci sono elementi di rischio. Complicato che, in caso di sconfitta, Giorgia Meloni possa far finta di niente. A maggior ragione se sarà premiata la linea della “difesa della democrazia”, risulterà azzoppata proprio nella sua legittimità politica a governare e dovrà ritrovare un racconto per le politiche. Se invece vincerà rispetto a questo allarme, per le opposizioni è un game over definitivo. Si ritroverebbero a dover fare in un anno ciò che non hanno fatto in quattro, con le leadership già travolte nelle urne.











