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di Liana Milella

La Repubblica, 29 maggio 2022

I partiti, compresa la Lega, non parlano della consultazione. La paura di dover fare i conti con la sconfitta. Referendum più “silenziosi” di così non s’erano mai visti. Si vota tra due domeniche, con le amministrative, per i cinque quesiti sulla giustizia. Ma a protestare per il “silenzio” che li circonda sono solo i Radicali, i veri artefici delle richieste di abrogazione, che hanno accettato, come compagna di strada, la Lega. Grande rumore del Carroccio durante la raccolta delle firme, mentre aumentavano i guai giudiziari di Salvini per via dello stop alle navi dei migranti, anche se poi non sono mai arrivate in Cassazione, e dietro i referendum ci sono le otto Regioni a trazione leghista.

Adesso sono sempre i Radicali a prendersela con Rai e Agcom per un’informazione “latitante”. Ma a “latitare” sono soprattutto i promotori che tacciono. Silenzio strategico forse, visto che i referendum sono destinati alla sconfitta. La responsabile Giustizia della Lega Giulia Bongiorno nega che il suo partito non si stia impegnando a fondo. “Io personalmente - dice l’avvocata di Salvini - ho fatto degli spot che girano sui social. Noi ci siamo, ma le iniziative non hanno l’attenzione dei riflettori mediatici”. Quindi la colpa sarebbe dei media che boicotterebbero proprio le iniziative di Salvini sulla giustizia. Renzi dà la colpa alla Consulta visto che “sono saltati i tre quesiti fondamentali per attirare le persone, quelli su cannabis, eutanasia e responsabilità civile”.

Si voterà invece per cancellare la legge Severino del 2012 sull’incandidabilità e decadenza dei condannati (scheda rossa), per impedire la custodia cautelare quando c’è il pericolo di compiere di nuovo lo stesso delitto (scheda arancione), per eliminare del tutto il passaggio di funzioni da giudice a pm (scheda gialla). E poi sugli avvocati con diritto di voto nei consigli giudiziari e in Cassazione (scheda grigia), e sullo stop alle firme, da 25 a 50, per chi vuole candidarsi al Csm scheda verde).

Materie, le ultime due, che incrociano la riforma del Csm della Guardasigilli Marta Cartabia, tant’è che il quesito sulle firme, se la legge passa, è da buttare via. Legge che crea un evidente imbarazzo alla Lega perché i parlamentari di Salvini nello stesso tempo lavorano a norme in conflitto coi referendum. E mentre la legge passa i referendum finiscono nel dimenticatoio. Sostenerli è solo fonte di una brutta figura.

Non si pone il problema Anna Rossomando, la responsabile giustizia del Pd, che va ovunque a parlare di referendum, tant’è che solo negli ultimi 2 giorni ha fatto iniziative a l’Aquila e Rimini. E a Repubblica dice: “Io e tanti altri esponenti del Pd stiamo partecipando a ogni occasione di confronto per illustrare la nostra posizione sui referendum e il lavoro fatto sulle riforme della giustizia. Certamente la riforma Cartabia del Csm è migliore e più incisiva. Probabilmente c’è poco interesse perché i quesiti appaiono strumentali e superati dalla riforma”. Berlusconi ha invitato i suoi a sostenere i quesiti, ma pure a votare la riforma Cartabia, anche se “non è certamente la nostra riforma”. Tant’è che Francesco Paolo Sisto, come sottosegretario forzista alla Giustizia, in aula sostiene la riforma, ma considera “grave ignorare l’opportunità dei referendum”. Referendum e riforma assieme? Ne è convinto Enrico Costa di Azione, appena reduce con Calenda da una manifestazione sul tema: “I quesiti sono complementari alle novità importanti introdotte dalla riforma Cartabia. Tant’è che noi siamo per rispondere sei volte sì: ai cinque referendum e alla riforma del Csm”. Quanto al “silenzio”, Costa lo legge così: “È figlio di una raccolta di firme trattata come affare privato di una forza politica, a cui il tutto è stato appaltato in esclusiva, impedendo un gioco di squadra che sarebbe stato prezioso soprattutto ora che quella forza politica si è sostanzialmente sfilata”.