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di Massimo Franco

Corriere della Sera, 18 marzo 2026

Gli sforzi meritori di entrare nel merito sono sovrastati da calcoli squisitamente politici. E comunque non ci si sottrae alla sensazione di un referendum difficile e parzialmente oscuro. Il ministro Carlo Nordio esprime un’aspettativa diffusa, quando dichiara di sperare “nell’affluenza più alta possibile, tra il 50 e il 60% almeno”. Significherebbe dare dignità a una consultazione che toccherà 7 articoli della Costituzione; e che sarebbe valida anche se andasse a votare meno della metà dell’elettorato.

Non solo. La speranza del Guardasigilli, se confermata, mostrerebbe una classe politica in grado di interpretare una voglia di partecipazione frustrata da una campagna referendaria al limite della decenza. In questo, le responsabilità appaiono più o meno equamente distribuite. E il timore che alla fine alle urne vada poca gente rende più acuta l’incertezza su chi potrà prevalere, e più vistoso il nervosismo. Solo che, invece di suggerire moderazione e cautela, l’incognita che grava sul referendum del 22 e 23 marzo sembra contribuire a una regressione dei toni e del linguaggio.

Gli scenari quasi apocalittici che i due schieramenti evocano, ognuno a proprio vantaggio e soprattutto per screditare gli avversari, suonano esagerati. Anche perché contraddicono una narrazione che, sul fronte del governo, premette l’impossibilità di una crisi anche nel caso di una prevalenza dei No. E su quello opposto, nega il progetto di una spallata contro Palazzo Chigi ma spera di darla, additando altrimenti sbocchi autoritari. Gli sforzi meritori di entrare nel merito sono sovrastati da calcoli squisitamente politici. E comunque non ci si sottrae alla sensazione di un referendum difficile e parzialmente oscuro per chi non appartenga al ceto politico o giudiziario. 

Per questo, seppure tardivamente, si comincia a sottolineare il problema che si porrebbe di fronte a una partecipazione bassa. E ci si rende conto che se la Costituzione fosse cambiata o confermata da una minoranza, sarebbe un risultato a dir poco controverso. Semmai, c’è da chiedersi come mai nessuno si sia chiesto se non fosse il caso di cambiare la norma sul quorum prima e non dopo la proclamazione del referendum. Ora è tardi, e la “stortura”, come l’ha chiamata il presidente del Senato, Ignazio La Russa, si proietterà sul “dopo”. 

Il vero tema è proprio quello che accadrà una volta chiusa la consultazione: scenario nel quale tutti fingeranno di avere vinto, anche se la sconfitta lascerà un livido a chi la subirà. Una partecipazione inferiore alle aspettative confermerebbe l’incapacità dei fautori del Sì e del No di mobilitare l’opinione pubblica con parole d’ordine estreme. Anche perché, comunque, si dovranno cercare di rimuovere rapidamente le macerie di uno scontro che ha avuto i contorni del conflitto istituzionale. E ricominciare a parlare con un linguaggio, se non pacato, depurato dagli eccessi della demagogia.