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di Michele Gambirasi

Il Manifesto, 3 gennaio 2026

Il ministro al Corsera: “Sulla riforma ho risposto in un libro, in Aula tempi troppo lunghi”. La data del voto entro il 17 gennaio. Nessuna soluzione per i precari Pnrr nei tribunali: sarà assunta solo la metà di loro. Il consiglio dei ministri è atteso da qui alla prima metà di gennaio, ma la questione della data del referendum sulla riforma della giustizia continua ad agitare la politica. Archiviato il blitz sul primo marzo dopo la moral suasion del Colle, l’esecutivo intende a questo punto fissare la consultazione nella seconda metà di marzo: date cerchiate, il 22 e il 23 del mese. Da palazzo Chigi è partita anche una telefonata a Elly Schlein e Giuseppe Conte per informarli della scelta e ieri anche il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, in un’intervista al Corriere della Sera, ha confermato che si scavallerà la metà di marzo. Il nodo rimane la raccolta firme: ieri Carlo Guglielmi, portavoce del comitato che sta raccogliendo le firme per un quesito alternativo a quello validato dalla Cassazione a novembre, ha ribadito che se non si attenderà il 30 gennaio (data ultima per la raccolta), scatterà immediatamente il ricorso, che potrà andare al Tar e alla Consulta. Ieri fonti del governo hanno fatto sapere però che la decisione verrà presa dal Consiglio dei ministri entro il 17 gennaio - cioè prima che siano trascorsi 60 giorni da quando la Cassazione ha validato il primo quesito - con un perentorio: “Ci muoviamo nei limiti della legge”. In attesa del Consiglio dei ministri, la moral suasion del Quirinale si sarebbe fatta sentire anche su un’altra questione, la riforma elettorale: andrebbe eventualmente approvata entro il prossimo luglio, per evitare il cambiamento delle regole del gioco a ridosso delle elezioni.

Tornando al referendum, Nordio ha definito “superflua” la raccolta delle firme, ora quasi a quota 200mila, e ha suscitato l’ira del leader M5S Giuseppe Conte: “Ministro, nessuna iniziativa di partecipazione dal basso è ‘superflua’ o inutile. Specie quando è su provvedimenti dannosi, che non migliorano la giustizia ma servono solo a proteggere politici e governi dalle inchieste”. Nordio poi ha rialzato i toni con l’Anm, adducendo la paura come motivazione al mancato confronto vis-a-vis. “Non riesco veramente a comprendere il significato di questa polemica e la trovo un atto di un certo infantilismo. Se il ministro vuole parlare, il comitato è sempre a disposizione” ha risposto Enrico Grosso, presidente del comitato per il No promosso dai magistrati.

A suffragare le ragioni del Sì, dal prossimo 16 gennaio ci sarà anche un “breviario per il cittadino” scritto direttamente da Nordio: Una nuova giustizia, 150 pagine che per un pelo non sono finite sotto gli alberi di Natale. Il libro, ha detto il ministro, servirà a rispondere a tutte le obiezioni che non hanno trovato spazio nel dibattito parlamentare, che nel corso di quattro letture non ha potuto modificare nemmeno di un emendamento il testo del governo. Rispondere tra Montecitorio e Palazzo Madama avrebbe “riaperto il dibattito e si sarebbe andati alle calende greche”, togliendo spazio al premierato e avvicinandosi alla scadenza del Csm, la giustificazione di Nordio. “Viva la sincerità. Mai si era visto un esponente del governo esprimere così apertamente sentimenti di disprezzo per il parlamento e la democrazia parlamentare. La qual cosa, se ci si pensa a fondo, è discretamente inquietante” ha commentato il senatore dem Dario Parrini.

“Che arroganza oltre ogni limite e che senso di disprezzo verso la democrazia nelle parole del ministro Nordio. Si fatica anche a chiamarlo ministro, un’alta istituzione che dovrebbe inchinarsi al Parlamento anziché vantarsi di non rispondere alle domande che gli vengono poste in quella sede” ha tuonato Filiberto Zaratti, capogruppo di Avs in commissione Affari costituzionali alla Camera. E la responsabile giustizia Pd Serracchiani ha sottolineato: “Non è certo la giustizia, il processo penale telematico, la stabilizzazione degli addetti all’ufficio per il processo o la situazione drammatica delle carceri a essere al centro dei pensieri di questa maggioranza e di questo ministro”.

La riforma viene giustificata per rendere efficiente il sistema ma questa efficienza non viene per niente affrontata. Anzi si sta per aprire una voragine nel personale, su cui finora l’esecutivo non ha dimostrato grande preoccupazione. Dei 12mila funzionari assunti tramite Pnrr (in scadenza a luglio) tra gli atti di indirizzo del ministero della Giustizia è scritto che solo 6mila verranno stabilizzati. Per gli altri saranno disposte delle graduatorie di validità triennale, che saranno poi aperte anche ad altri ministeri, per cui senza alcun tipo di certezza. Il timore è che, in assenza di personale, vengano meno anche i benefici fin qui acquisiti: stando ai dati forniti da via Arenula, il disposition time negli uffici del settore civile è diminuito del 27,8% (cioè sono calati i tempi di attesa), nel penale del 38%, sopra l’obiettivo prestabilito nel piano europeo. Solo nel tribunale di Roma i dipendenti precari (impiegati per lo più nell’ufficio del processo di supporto ai magistrati) sono circa 450 su 1.200 dipendenti, in un contesto in cui la scopertura media nazionale di personale amministrativo è del 30,63%, escluso il personale a tempo determinato. “Per stabilizzarli servirebbero circa 550 milioni di euro l’anno”, spiega Felicia Russo della Fp Cgil, “è il prezzo di un elicottero militare: rinunciassero a quello, altrimenti la giustizia va al collasso”.