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di Armando Spataro

La Repubblica, 3 giugno 2022

L’istituto del referendum è da salvaguardare ma ciò non può impedire di denunciare le spinte populiste che talvolta danno origine ai quesiti che si sottopongono ai cittadini: ciò vale per quelli su cui si voterà il 12 giugno, caratterizzati da un’ansia punitiva nei confronti della magistratura, presentata come un’associazione criminale, e del Csm che ne costituirebbe una sorta di “cupola”. Bisogna dunque impegnarsi per il “NO” anche in questo caso, cercando di portare allo scoperto ciò che, anche per la incomprensibilità dei quesiti, costituisce il “nascosto” ed il “non detto.

I primi tre quesiti sono rispettivamente dannosi per il corretto rapporto tra aspettative dei cittadini ed esercizio virtuoso delle cariche rappresentative, per l’efficacia della repressione dei reati e per la difesa del nostro ordinamento costituzionale. Gli ultimi due sono inutili e bizzarri.

Con la cancellazione del decreto legislativo Severino, sarebbe intanto “offeso” il principio contenuto nell’art. 54 della Costituzione secondo cui i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di esercitarle con disciplina ed onore. Vorrei chiedere ai proponenti il referendum perché mai, anziché battersi perché i partiti non candidino pregiudicati definitivamente condannati a cariche elettive parlamentari e territoriali, comunque prevedendone nei codici etici la decadenza, chiedono ai cittadini - che hanno interesse al corretto funzionamento delle Istituzioni - di votare perché tutto ciò sia reso possibile.

È giusto dunque prevedere incandidabilità, ineleggibilità e decadenza automatica per parlamentari, rappresentanti di governo, amministratori regionali, sindaci in caso di loro condanna con sentenza definitiva per specifici gravi reati.

Il decreto Severino presenta semmai dei punti critici solo con riferimento alla sospensione di diritto degli amministratori locali che abbiano subito una condanna non definitiva per reati non gravi connessi ad eventuali abusi di potere. Tuttavia, i sostenitori del SI’, ignorando la necessità di specifica discussione sul punto in Parlamento, propongono l’abrogazione dell’intero decreto, secondo un’evidente logica di autoprotezione

Con il secondo quesito si vuole la cancellazione - salvo per reati gravissimi - di una delle tre ragioni che, in presenza di gravi indizi di responsabilità, legittimano richiesta ed emissione di misure cautelari (non solo custodia in carcere, ma anche arresti domiciliari e misure interdittive varie), cioè il pericolo di reiterazione degli stessi reati per cui si procede (gli altri due sono il rischio di fuga e quello di inquinamento delle prove). Il “SI” viene auspicato anche con la diffusione di dati falsi come quelli secondo cui migliaia di cittadini sarebbero ogni anno arrestati in Italia e poi assolti.

Deve essere ben chiaro che criticità esistono certamente anche in questo settore, ma un conto è esigere professionalità di pm e giudici ed attenzione nell’uso delle misure cautelari, altro è frantumare scopo e legittimità delle stesse, quando necessarie.

Ove il “SI” si affermasse, l’effetto sarebbe quello di smantellare completamente il contrasto a gravi attività criminali come quelle oggetto di progressione criminosa (ad es. atti persecutori) e quelle normalmente seriali come i reati di corruzione, concussione, quelli dei cosiddetti “colletti bianchi” e finanziamento illecito dei partiti. È questo che si vuole per il nostro Paese? Ovvio comunque che, al primo caso di delinquente seriale tornato a delinquere, la colpa sarebbe attribuita ai magistrati.

Il terzo quesito è forse il più pericoloso, comunque idoneo a scardinare l’assetto costituzionale della magistratura. Le norme vigenti in tema di passaggio dalle funzioni di pubblico ministero a quelle di giudice (e viceversa), prevedono vari requisiti come il cambio della regione in cui si lavora e limitano il passaggio ad un massimo di quattro volte nella carriera (la riforma Cartabia in discussione ne prevede una).

Ora si vuole escludere ogni possibilità di cambio sulla base di un’affermazione offensiva, di un’altra infondata e dell’ultima incolta. Saverio Borrelli la definiva “diffidenza plebea”, che - aggiungo - sembra ignorare persino le cronache quotidiane che dimostrano il contrario.

Ma soprattutto - come hanno affermato anche insospettabili accademici e avvocati del livello di Franco Coppi e Giovanni Verde - si ignora che il valore tutelato dalla Costituzione (che non prevede affatto la separazione delle carriere, vero obiettivo del quesito) è quello della necessità di un’omogenea “cultura giurisdizionale” che deve accomunare pm e giudici. In concreto, ciò sta ad indicare il dovere per il pm ed il giudice di compiere lo stesso percorso per l’affermazione della verità. Le valutazioni possono alla fine divergere, ma i canoni della valutazione delle prove devono unirli: il p.m. dovrà valutarne la fondatezza solo in funzione della loro valenza nella fase del giudizio, senza appiattirsi su logiche di polizia ed essendo anche obbligato ad indagini a favore dell’imputato, nell’interesse esclusivo della verità. Che, invece, si fonda sulla parità processuali delle parti, con l’ulteriore precisazione che giustamente l’avvocato può anche sostenere la tesi dell’innocenza del suo assistito pur quando ne conosce la colpevolezza. Il ruolo delle parti, dunque, rimarrebbe in questo identico.

Completamente incolta è poi la tesi secondo cui la separazione delle carriere si imporrebbe anche in Italia poiché si tratta dell’assetto ordinamentale esistente o nettamente prevalente negli ordinamenti degli altri Stati a democrazia avanzata. Ciò è totalmente privo di fondamento e ignora le radicali differenze tra il nostro ordinamento - per fortuna caratterizzato da indipendenza del p.m. e obbligatorietà dell’azione penale - e quelli di altri Stati europei. Studiandoli seriamente ci si accorgerebbe poi che ovunque la carriera del p.m. sia separata da quella del giudice, il p.m. stesso dipende dall’esecutivo (con l’unica eccezione del Portogallo), un rischio che non possiamo permetterci.

In più la comunità internazionale, già con la raccomandazione del 2000 del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa sul “Ruolo del Pubblico Ministero nell’ordinamento penale” (in cui si auspicano “passerelle tra funzioni di giudice e pm” per meglio garantire i cittadini), ha mostrato di viaggiare proprio verso quel modello ordinamentale che, invece, in Italia viene ciclicamente messo in discussione. Quasi mai per buone ragioni.

La partecipazione degli avvocati membri dei consigli giudiziari ai pareri sulle valutazioni di professionalità dei magistrati è oggetto del quarto quesito. Si tratta di una prospettiva del tutto irrilevante ai fini del buon andamento dell’amministrazione della giustizia, ma nettamente preferibile è la soluzione prevista nella riforma Cartabia secondo cui il voto degli avvocati deve comunque essere unanime e conforme alle valutazioni del Consiglio dell’Ordine forense competente. Del resto le decisioni sull’avanzamento in carriera dei magistrati spettano al Consiglio Superiore della Magistratura, che da sempre decide con la partecipazione dei membri laici.

Con il quinto quesito si vuole eliminare la necessità di presentare almeno 25 firme di sostegno per candidarsi alle elezioni del Consiglio Superiore della Magistratura è un’innovazione bizzarra poiché non serve certo a vincere le deviazioni inaccettabili del cosiddetto “correntismo”, essendo evidente che chi non riesce ad ottenere nemmeno l’appoggio di venticinque magistrati per la presentazione della sua candidatura non ha nessuna possibilità di essere eletto. Quest’innovazione non comporta alcuna riforma del Csm. Anche in questo caso, meglio concentrarsi sulla soluzione - sia pur di compromesso - recepita dalla proposta Cartabia.

È certo che la Magistratura non può scegliere una chiusura corporativa ma i cittadini dovranno acquisire miglior conoscenza sull’oggetto dei quesiti e votare secondo ragione: se gli italiani voteranno per l’abrogazione delle previsioni citate, il sistema giustizia non migliorerà affatto e diminuiranno ulteriormente la sua efficacia e la fiducia dei cittadini.