di Antonella Coppari
La Nazione, 8 dicembre 2025
La sinistra vuole guadagnare tempo perché è indietro nei sondaggi. La decisione finale spetta a Mattarella. Mulè (FI) e la partita sul voto all’estero. In attesa di darsele di santa ragione sul merito del referendum costituzionale sulla giustizia, destra e sinistra si scaldano i muscoli menandosi sulle minuzie. Ovvero, sui tempi e sulle modalità del voto. Il fronte del sì, guidato dalla maggioranza, sogna di aprire le urne tra il 1° e il 22 marzo, con la data del 15 marzo segnata in rosso. Cadrebbe in concomitanza del convegno ‘Follow the Money’ in memoria del giudice Giovanni Falcone, organizzato a Palermo da Palazzo Chigi e ministero della Giustizia, e la destra spera in un effetto traino.
Il fronte del no (opposizione e gran parte dei magistrati) protesta, impugnando la prassi giuridica: dalla pubblicazione della riforma in Gazzetta ufficiale (30 ottobre) - osserva - devono passare i tre mesi per l’eventuale raccolta delle firme previsti dalla legge. Insomma, bocce ferme fino al 30 gennaio. Solo dopo, la Cassazione può avviare la sua verifica. Al termine si fisserà la data del voto che, per legge, deve cadere tra il 50° e il 70° giorno successivo al decreto di indizione.
Calcolatrice e festività pasquali alla mano, la consultazione non può avvenire prima di metà aprile. Vi attaccate ai cavilli, replicano a destra, dove ritengono che la raccolta di firme per indire un referendum già indetto grazie alle firme dei parlamentari sia un tantinello pleonastica. In parte, dietro la disputa da azzeccagarbugli ci sono calcoli politici: alla maggioranza conviene fare presto, anche perché l’approvazione del premierato alla Camera e la proposta ufficiale sulle legge elettorale segneranno il passo fino alla celebrazione del referendum.
A sinistra invece hanno bisogno di tempo per recuperare lo svantaggio che emerge dai sondaggi. Ancor più pesa la tendenza pre-elettorale a procedere con azioni di disturbo. In ogni caso, la decisione finale spetterà di fatto al capo dello Stato: a scegliere la data è il governo con apposito decreto che deve però passare per le mani del presidente. Gli uffici del Quirinale stanno già esaminando la faccenda senza essere ancora arrivati a una conclusione. Tuttavia, notano i più prudenti a destra, si può aspettare il 31 gennaio: “Se non vengono raccolte altre firme il posticipo non andrebbe oltre il 22 marzo”.
Opinioni opposte tra i due fronti anche sulla modifica del voto degli italiani all’estero. La maggioranza intende rivedere le regole attuali che prevedono il voto per posta, sostenendo che il meccanismo offra spazio a brogli. La proposta è di passare al voto fisico presso i seggi allestiti in ambasciate e consolati. Il fronte del no è netto: giammai. “È inimmaginabile - avverte il senatore Dario Parrini (Pd) - significa privare del diritto di voto migliaia di persone che vivono a ore di distanza da sedi diplomatiche”.
Replica Giorgio Mulè (FI), vicepresidente della Camera: “Chi vive a Trento ma risiede a Palermo non deve fare 600 chilometri per votare?”. In ogni caso, continua, pur senza farsi troppe illusioni: “Sono disponibile a cercare una soluzione condivisa nella direzione della trasparenza”. In realtà, la questione ha un peso limitato: il referendum costituzionale non prevede quorum, l’apporto degli italiani all’estero è limitato. Anche in questo caso, la disputa si configura come ginnastica pre-elettorale. Dove non sembra ci siano contestazioni è sull’ultima tentazione del governo: tenere aperte le urne per due giorni e non per uno solo, come spesso accadeva in passato. Con l’astensionismo che dilaga nessuno può permettersi di contrastare la mossa. Si tratta tuttavia di faccende di modesto calibro, che terranno banco fino alla fine delle feste o poco oltre. Poi si passerà allo scontro vero.










