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di Nando Pagnoncelli

Corriere della Sera, 14 febbraio 2026

Con la partecipazione al 46% favorito il Sì. Il sondaggio politico dell’Ipsos sul voto del 22 e 23 marzo: per ora prevale il No (50,6%). Tra chi vota Pd il 10% per la riforma, nel M5S il 24%. Tra poco più di un mese saremo chiamati a votare per il referendum sulla Giustizia. Essendo un referendum costituzionale, il risultato sarà comunque valido, indipendentemente dal raggiungimento del quorum del 50%+1 degli aventi diritto. La campagna sta entrando nel vivo, ma appare sempre più dominata dal conflitto politico anziché dalla discussione sul merito.

Con toni davvero eccessivi, basti ricordare due recenti video, uno che considera gli elettori del No paragonabili agli estremisti di Askatasuna, l’altro che pensa che gli elettori del Sì siano paragonabili ai fascisti che fanno il saluto romano, per non parlare delle polemiche suscitate dalle dichiarazioni del procuratore Gratteri. Ed è probabile che i toni non si ammorbidiscano all’avvicinarsi del voto. Insomma, si tende, come abbiamo più volte detto a proposito del clima politico generale, a mobilitare i propri, a “caricare le curve”.

Al momento il referendum non sembra attirare particolare attenzione da parte degli italiani. Solo il 10% infatti si definisce molto informato dei contenuti, il 36% dice di essere abbastanza informato, mentre più della metà ne sa poco o nulla. Il 38% ritiene che sia una consultazione molto importante, il 22% pensa che lo sia almeno un po’, mentre il 40% gli dà poca/nulla importanza o non si esprime.

Sui singoli aspetti della riforma circa metà dei nostri intervistati non sa esprimersi, mentre in generale le opinioni tendono a dividersi quasi equamente, sia pur con una lieve prevalenza di chi concorda. Il 27% condivide il fatto che la riforma ristabilisca l’equilibrio tra i poteri, oggi sbilanciati a favore del giudiziario, ma il 25% pensa invece il contrario; il 25% ritiene che si esalti l’autonomia della magistratura, il 24% pensa invece che sia l’anticamera di una limitazione dell’indipendenza dei giudici. L’accordo cresce sulla separazione delle carriere (30% contro il 24% che ritiene inefficace la proposta) e sul controllo della responsabilità dei magistrati e la riduzione del peso delle correnti (30% contro 22%).

Il tema centrale è, come è oramai evidente, quello della partecipazione al voto che rappresenta la vera incognita. Oggi il 36% si dichiara certo di recarsi alle urne, il 16% pensa che probabilmente lo farà. Quasi la metà, il 48% ritiene certo o molto probabile che diserterà il voto. Come abbiamo detto molte volte, la stima della partecipazione è piuttosto complicata, influenzata com’è dai toni e dall’intensità della campagna, dal coinvolgimento sui temi, dagli impegni dei singoli che spesso li privilegiano rispetto al richiamo delle urne, e così via.

Per questo prevediamo tre scenari distinti in funzione di diversi livelli di affluenza calcolati in base non solo all’intenzione di partecipare ma anche al livello di importanza attribuito al tema. Il primo vede una partecipazione piuttosto contenuta: si stima che solo poco più del 40% si rechi a votare ed è la stima più probabile coi dati di oggi. In questo caso si registra una lieve prevalenza del No con il 50,6% contro il 49,4% del Sì. Un distacco così lieve non consente di prevedere la vittoria dell’una o dell’altra opzione, essendo troppo vicino il dato, ma segnala, quantomeno, una maggiore mobilitazione dei contrari alla riforma.

È probabile però che lo svilupparsi della campagna produca una maggiore mobilitazione e quindi una maggiore affluenza. Se si recasse al voto il 46% degli aventi diritto, i risultati favorirebbero il Sì che otterrebbe il 51,5% dei voti validi contro il 48,5% del No. Ancora un distacco ridotto ma con un segnale più evidente di prevalenza del consenso. Infine, se la partecipazione arrivasse al 52% (il livello massimo oggi ipotizzabile) la vittoria del Sì sarebbe decisamente più netta, ottenendo il 53,7% contro il 46,3% del No.

In tutti gli scenari vediamo come gli elettori dei partiti di governo sono quasi granitici: gli orientamenti verso il No dell’area di centrodestra vanno dal 2% al 5%. Meno compatti gli elettori di opposizione: con qualche variazione a seconda degli scenari, verso il Sì è orientato dal 10% al 14% dell’elettorato Pd, stabilmente il 24% degli elettori del M5S, dal 27% al 33% degli elettori delle altre liste. Ed è da sottolineare come tra elettori Pd e delle altre liste il sì tenda più o meno sensibilmente a crescere con il crescere della partecipazione.

Quindi le stime del risultato al momento sono aperte e difficili da definire in un senso o nell’altro. Sembra chiaro però, e i segnali ci sono da tempo, che per il centrosinistra sarebbe preferibile una bassa partecipazione: le “curve” sono già mobilitate e un maggior afflusso alle urne favorirebbe il Sì, anche tra i propri elettori. Quindi il mancato slittamento della data del voto favorisce tutto sommato questa parte. Per il centrodestra è il contrario, quindi per i sostenitori della riforma sarebbe necessario far crescere la mobilitazione. Con il rischio di esasperare ulteriormente i toni e di far prevalere nelle scelte di voto valutazioni che prescindano dal merito della riforma. Se così fosse è molto probabile che, a seconda del risultato, possano esserci ricadute politiche sulle forze della maggioranza o dell’opposizione.