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di Viviana Lanza

Il Riformista, 12 giugno 2022

A Poggioreale voteranno sedici detenuti su oltre duemiladuecento. Sedici, meno dell’1 per cento. Nel carcere di Secondigliano voteranno due detenuti, nessuna donna nel carcere femminile di Pozzuoli. La mappa degli aventi diritto al voto che domani si esprimeranno sui referendum sulla giustizia sembra la cartina di un deserto. Possibile che alle centinaia e centinaia di persone che si trovano rinchiuse in una cella e in attesa di giudizio non interessi dei quesiti che toccano nodi cruciali del sistema giustizia, possibile che non siano interessati ad essere giudicati da giudici terzi e imparziali, possibile che non sentano di esprimere il proprio voto sui limiti agli abusi della custodia cautelare o sull’equa valutazione dei magistrati affinché sull’operato dei pubblici ministeri sia esercitato un controllo più rigoroso di quello che esiste adesso?

Sembra difficile pensare che la popolazione detenuta non abbia alcun interesse verso questi argomenti che li riguardano in un certo senso, che sono in grado di condizionare la loro vita oltre che quella di tutti i cittadini. Piuttosto, vista la farraginosità delle procedure, dei permessi e di tutto quello che serve per esercitare il voto è realistico pensare che diventa difficile votare per chi vive dietro le sbarre, talvolta impossibile. E allora ecco i numeri risicatissimi di chi, tra il popolo dei reclusi della Campania, andrà alle urne domani. Solo sedici detenuti nel carcere di Poggioreale, dicevamo. Una goccia in un oceano. Due detenuti a Secondigliano, che è il secondo carcere della città. Nessuna donna a Pozzuoli, unico istituto penitenziario femminile di Napoli. Un solo detenuto ad Airola, struttura minorile dove si trovano reclusi anche ragazzi dai diciotto ai venticinque anni di età.

Soltanto due a Nisida, l’istituto per minorenni dove ci sono anche giovani adulti, cioè ventenni. Spostandoci verso la provincia lo scenario non cambia: sono in dieci i detenuti che potranno esprimere il proprio voto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, sei quelli reclusi nel penitenziario di Salerno, sei anche ad Avellino, cinque a Benevento, dodici a Carinola, otto nell’istituto di pena di Sant’Angelo dei Lombardi. In totale sessantotto detenuti sparsi tra dieci istituti di pena della regione. Se consideriamo che la popolazione detenuta in Campania è attualmente composta da 6.742 persone, si raggiunge a stento il dieci per cento di votanti. Un dato che la dice lunga su quanto ci sia ancora da fare per consentire a tutti, anche a chi è in cella, l’esercizio di un diritto come quello al voto. Sicuramente qualcuno potrà far notare che del novanta per cento di detenuti che non voteranno c’è chi si astiene e chi ha subìto condanne accessorie per cui è interdetto al voto. Ok.

Ma tantissimi desistono a causa di procedure estremamente complicate, lunghe, rese ancora più difficili dal fatto che non sempre è rispettata la territorialità della pena e quindi per molti detenuti il luogo di residenza non coincide con quello di detenzione. I garanti hanno evidenziato che non in tutti gli istituti di pena c’è una capacità organizzativa tale da garantire informazioni, autorizzazioni, procedure tempestive. Risultato? Il diritto del singolo diventa subordinato alla pesante burocrazia penitenziaria e a procedure che andrebbero invece snellite. Ma se è vero che un battito d’ali di una farfalla sia in grado di provocare un urgano dall’altra parte del mondo, allora si può ancora sperare che questi referendum siano il battito d’ali verso una giustizia più giusta per tutti.