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di Francesco Bei

La Repubblica, 14 giugno 2022

La Lega come proponente si è dimostrata poco credibile, i quesiti non hanno appassionato i cittadini e forse lo strumento referendario non è il più appropriato per sanare la magistratura. Le dimensioni del fallimento sono storiche. Scorrendo la serie dei 79 referendum che si sono tenuti nel nostro Paese, il bagno di affluenza che si è registrato ieri sui 5 quesiti promossi dalla Lega e dai radicali è qualcosa di incredibile. Il 20 per cento (20,9%) non si era mai visto, battendo l’altro record storico di disinteresse registrato nel 2009 dal referendum sulla legge elettorale che aveva fermato il fixing al 23,7%.

Se tuttavia vogliamo uscire dalle banalità sulla giornata di sole e dalla solita litania degli italiani che non si appassionano a questioni complesse, possiamo forse enucleare tre lezioni da trarre da questa batosta.

La prima riguarda i proponenti. Fatta salva la buonafede del partito radicale, che non può essere accusato di strumentalità visto che si batte da quarant’anni per il garantismo e la giustizia giusta, faceva un po’ ridere vedere i leghisti proporsi in tv come campioni dei diritti degli imputati. Se nasci come forza politica che agita in Parlamento il cappio e la forca, se cresci come forza di estrema destra che propone di “buttare via la chiave” per ogni reato (tranne naturalmente la sottrazione di fondi pubblici per il partito), se difendi i secondini che picchiano i detenuti e tratti i “drogati” alla Stefano Cucchi come gente che “se l’è cercata”, beh diventa un po’ più difficile indossare la maschera di Enzo Tortora. Se lo sciopero della fame lo fanno Pannella e Rita Bernardini la gente ci crede, se lo fa il vicepresidente del Senato di un partito che ha occupato la Rai, governa mezza Italia e il cui leader vive accampato in televisione, diventa tutto una barzelletta. Gli elettori ti pesano ed è inutile, oltre che poco elegante, prendersela ora con il Capo dello Stato.

La seconda lezione ha a che fare con la presunta scarsa informazione. Non c’è niente da fare, se un argomento interessa poco non c’è informazione coatta che tenga, il pubblico sbadiglia. Quello che scalda è lo scontro politico, che non può essere surrogato da dibattiti tra tecnici del diritto. Come Repubblica (ma anche per gli altri giornali è lo stesso) abbiamo dato ampio spazio ai quesiti, alla loro spiegazioni, alle ragioni del Sì e del No, ma la maggioranza degli italiani non si è appassionata. Un po’, ovviamente, perché ci sono i carri armati di Putin che sparano in Europa, un po’ perché è sembrata una battaglia distante dalla vita reale delle persone. Scommettiamo che un referendum sulla legalizzazione dell’eutanasia o della cannabis arriverebbe facilmente al quorum? Il problema dunque non è la disinformazione: ripetere come una giaculatoria le invettive del passato sulla censura è, per citare Marco Pannella, buona coscienza a buon mercato, una scorciatoia per evitare di affrontare a viso aperto i problemi di una campagna nata male, impostata peggio e con i compagni di strada più sbagliati. Una lezione per l’unione delle camere penali e per il mondo radicale.

Terzo post-it per i promotori. Quando c’è una riforma a metà strada in Senato, che dà una risposta a quasi tutti i quesiti proposti, è inutile biasimare gli elettori che dicono: ma perché non ve ne occupate voi in Parlamento? Soprattutto se la forza politica che ha lanciato la campagna referendaria partecipa al governo che ha scritto quella riforma e l’ha votata alla Camera. Ci sarebbe poi da aggiungere che la giustizia, anzi il rapporto tra politica e giustizia, è diventata una materia più fredda rispetto a qualche anno fa. Con Berlusconi sul viale del tramonto, per fortuna ci siamo lasciati alle spalle la stagione delle leggi ad personam. I cittadini sono insoddisfatti del servizio giustizia e tra gli stessi magistrati, finiti in fondo alla classifica della fiducia (vedi il caso Palamara), serpeggia un diffuso malessere. Un segnale lampante è stata la scarsa adesione allo sciopero di categoria contro la riforma Cartabia. Ma forse non è la scimitarra dei referendum lo strumento più appropriato per sanare un settore malato dello Stato che certamente ha bisogno di cure urgenti. Servirebbe il bisturi del riformismo, da esercitare in Parlamento. E il lievito sinceramente garantista di molti promotori dei referendum, insieme alla spinta di quei dieci milioni di elettori che si sono comunque recati alle urne, possono essere un alleato nell’impresa, non un ostacolo.