di Alessandro Trocino
Corriere della Sera, 12 marzo 2026
Il paradosso di questo referendum è che propone una riforma garantista (o sedicente tale), sostenuta dal governo più giustizialista e manettaro degli ultimi anni. Contemporaneamente, la suddetta riforma garantista o sedicente tale è osteggiata, talvolta nel nome del garantismo, dalle fazioni politiche e giornalistiche più giustizialiste di sempre. C’è da far girare la testa, e infatti gira a molti, quasi a tutti, in questo giochino intellettual-politico di posizionamento. Mettendo però da parte le contraddizioni filosofiche e teoriche dei sostenitori di entrambi gli schieramenti, resta tragicamente intatta la contraddizione più grande: questa riforma che vorrebbe, separando le carriere, garantire i diritti delle persone che finiscono in un’inchiesta, è sostenuta da una maggioranza che ignora ostentatamente i diritti delle persone già condannate da quel sistema che loro dicono essere fortemente iniquo e sbilanciato a favore dell’accusa.
In altri termini, se fosse vero che molti di quelli che stanno in carcere ci stanno ingiustamente, a causa della sudditanza psicologica e correntizia dei giudici nei confronti dei diabolici pm, se fosse vero che ci sono state condanne ingiuste (uno slogan è infatti “giustizia giusta”), perché non si fa nulla per alleviare le pene e la detenzione di chi è stato vittima di quegli ingranaggi? Assumiamo che sia vero, quindi, il refrain sugli “errori giudiziari” che si sarebbero susseguiti con questa giustizia imperfetta: perché gli stessi che denunciano un sistema malato e fallibile, poi non fanno nulla per chi in carcere c’è davvero, magari ingiustamente?
Viene in mente questo ragionamento perché il procuratore Nicola Gratteri, in una delle tante (troppe) esternazioni iperboliche per il No, qualche giorno fa ha detto che i delinquenti voteranno Sì perché gli conviene. Era un’intervista che si riferiva alla Calabria e molti hanno maliziosamente invertito i termini, attribuendo al procuratore una frase dal senso opposto: chi vota sì è delinquente. Ma torniamo alla frase originaria: chi è delinquente vota Sì perché gli conviene? Sorvoliamo (ma non sorvoliamo per niente) sul fatto che Gratteri dice testualmente “voteranno sì ovviamente gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e tutti i centri di poteri”, dove si equiparano disinvoltamente imputati e indagati, ancora presunti innocenti, ai delinquenti. Marco Travaglio, sodale gratteriano, ha dato la sua interpretazione autentica: “Il criminale se sente parlare Nordio che dice che questa riforma conviene ai politici, beh, se ha rapporti con la politica, dice: cavoli, mi conviene, perché ho i santi in paradiso e non verrò toccato”. Ragionamento piuttosto contorto, ma tant’è.
Dovremmo più prosaicamente ammettere, noi che non abbiamo doti divinatorie, che non abbiamo alcuna idea per chi voteranno i “delinquenti”. O meglio, passando da un linguaggio poliziesco a uno di diritto, non sappiamo per chi voteranno i detenuti, quelli che stanno in carcere, colpevoli o innocenti che siano. Non ne abbiamo idea, perché ognuno è diverso. Ma qualche indizio arriva da due persone che le celle le conoscono bene. Una, Gianni Alemanno, perché ci vive da qualche mese. L’altra, Stefano Anastasia, perché è un riconosciuto esperto di diritto penitenziario (splendida la sua storia delle carceri nel numero di Micromega dedicato in edicola) nonché docente di Filosofia del diritto.
Alemanno spiega che ha girato per le celle per “esortare le persone detenute a iscriversi nelle liste per partecipare al voto”. Non ha detto se per il Sì o per il No. Nel suo braccio, ha raccolto 69 adesioni. Bisognerà vedere ora se il Comune farà arrivare in tempo le schede e i certificati e sappiamo che i penitenziari non sono la priorità. Alemanno poi spiega che “mentre imperversa la campagna referendaria e si parla di giustizia in tutte le salse, nessuno si ricorda di citare l’emergenza delle carceri italiane, che è l’effetto estremo delle disfunzioni del nostro sistema penale”. Inutile ripetere il solito elenco di atrocità, che non commuovono quasi nessuno. Può essere utile, invece, citare quel che scrive Alemanno, già compagno di partito di Giorgia Meloni, nel suo prezioso diario da detenuto: negli ultimi giorni a Rebibbia ci sono stati tre morti. Glielo ha detto don Lucio, il cappellano. E la notizia è uscita su qualche giornale solo perché ne ha scritto lui. A testimonianza del fatto che noi delle carceri non sappiamo nulla. Se qualcuno muore o si uccide non è detto che la notizia ci arrivi. Le “autorità” non ritengono necessaria un’informazione completa.
Qualche notizia sparsa degli ultimi giorni. Oltre ai suicidi, di cui sappiamo, c’è da notare come nelle carceri sia più che triplicato il numero delle “morti da accertare”, passate dalle 16 del 2024 ai 50 dello scorso anno. Cosa saranno mai queste morti da accertare? Decessi improvvisi, apparentemente inspiegabili. Ma anche decessi arrivati giorni dopo i tentativi di suicidio. E morti per inalazioni di bombolette di gas, che non si sa mai se rubricare come sballo finito male o come tentativo di suicidio. Come si spiega questo numero triplo, questi 34 cadaveri in più che non si sa in quale gabbietta infilare? Due ipotesi: o l’amministrazione ha modificato le modalità di conteggio dei suicidi oppure sono aumentate davvero le morti improvvise (Infarti? Malori attivi? Botte?). C’è da preoccuparsi, in entrambi i casi.
Dicevamo di Anastasia. Non ha dote da veggente, modello Gratteri, e dunque si astiene dallo spiegarci per chi voteranno i quasi 64 mila detenuti italiani. Si è astenuto anche dal rispondere ai reclusi che glielo hanno chiesto, nei suoi giri delle carceri da garante del Lazio, perché “una circolare occhiuta” gli impedisce di esprimere opinioni sull’amministrazione penitenziaria. Ma sull’Unità ha scritto cosa avrebbe risposto, se avesse potuto.
Avrebbe premesso di essere a favore della separazione delle carriere e qui sarebbe seguita un’argomentazione tecnica sul perché però gli aspetti positivi non bilancino “lo svilimento del principio democratico nella rappresentanza e del rischio di un disciplinamento politico della magistratura”. Ma poi si sarebbe fermato, scrive: “Che gliele dico a fare, queste cose, al mio interlocutore aggrappato alle sbarre di una cella?”. Non è escluso che un detenuto provi antipatia condivisa per il pm che ha chiesto la sua condanna e per il giudice che l’ha inflitta e che quindi non sia particolarmente entusiasta né di un pubblico ministero “superpoliziotto” né di un giudice subalterno psicologicamente all’accusa.
Anastasia ricorda però come “la loro condizione sia di gran lunga peggiorata in questi anni di governo di destra: reati e innalzamenti di pena per ogni dove, barriere legali e materiali all’accesso alle alternative, il carcere rinchiuso in se stesso e chiuso al suo interno. Siamo di fronte a un processo di ipercriminalizzazione dei soliti noti, inadatti alle alternative sin dal momento del giudizio e che lì restano fino alla fine, in carcere. E se si muovono indisciplinatamente, collezionano ulteriori anni di pena che ne rinviano di anno in anno l’uscita”. E ancora: “Se il 22 e il 23 di marzo dovesse vincere il sì al referendum, la politica della giustizia del governo, e con essa la sua politica criminale (criminale in senso tecnico così come in senso metaforico), sarebbero confermate dal voto popolare, e questo no, i detenuti, le vittime della discriminazione punitiva del governo non se lo possono permettere. Che ce ne facciamo della separazione delle carriere se consentirà il perdurare, e anzi rinvigorirà questa politica criminale? Che ce ne facciamo del giudice terzo se serve a chiudere in carcere ogni forma di irregolarità sociale?”.
Va detto, per onestà, che se vincesse il no, per i detenuti cambierebbe ben poco. Resterebbero aggrappati alle sbarre, nella loro inutile discarica di corpi e di anime. A subire le nuove regole, sempre più restrittive, sempre più assurde. Lo spray al peperoncino in dotazione alle guardie, gli agenti provocatori sdoganati per legge nelle celle, il no alle attività teatrali per detenuti con reati gravi (e tanti saluti ai fratelli Taviani e al loro splendido “Cesare deve morire”), il no al laboratorio dei detenuti con il Salone del Libro dopo 24 anni. Il no a tutto, con le “domandine” che si perdono nei meandri delle carceri piranesiane. Il loro No al referendum serverebbe a poco. Sarebbe però un segnale, una piccola e forse inutile ribellione alle politiche penali e penitenziarie di questo governo.











