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di Luigi Manconi


La Stampa, 30 ottobre 2020

 

Dalla politica italiana una colpevole inerzia. Sergio Colaiocco è un sostituto procuratore che non va in tv (ce ne sono, ce ne sono) e di cui non sono note le opzioni politiche e nemmeno la fede calcistica; se ne conosce giusto l'appartenenza a una corrente moderata della magistratura, ma nessuna rivelazione sui suoi gusti culturali né su quelli enologici. È uno di quelli (ce ne sono, ce ne sono) che non rilascia interviste e nemmeno "colloqui riservati" al fine di trasmettere messaggi o di condizionare l'opinione pubblica.

Insomma, è un pm che sembra interamente votato all'attività di pm. Speriamo che si mantenga. Colaiocco, dalla primavera del 2016, prima sotto la guida di Giuseppe Pignatone e ora sotto quella di Michele Prestipino, indaga caparbiamente sulla vicenda di Giulio Regeni, rapito al Cairo il 25 gennaio di quell'anno e ritrovato ucciso, dopo essere stato barbaramente torturato, dieci giorni dopo.

Ieri, la Procura di Roma - dunque, Prestipino e Colaiocco - ha diffuso un comunicato in cui si dice pronta a chiudere in tempi brevi le indagini relative all'assassinio di Giulio Regeni, a quasi due anni dall'iscrizione dei presunti responsabili nel registro degli indagati; e nel giorno in cui gli investigatori del Raggruppamento operativo speciale (Ros) dell'Arma dei carabinieri e del Servizio centrale operativo (Sco) della polizia di Stato incontravano, al Cairo, i loro omologhi egiziani. Dietro il linguaggio scrupolosamente giudiziario del comunicato, mi è parso di cogliere quella che può definirsi l'ira dei miti, sia pure educatamente espressa e garbatamente trattenuta. L'ira, cioè, di chi, da oltre quattro anni, lavora per accertare la verità su quegli atroci dieci giorni che videro il ricercatore italiano alla mercé dei suoi aguzzini.

Un lavoro investigativo realizzato interamente in ambiente ostile. Per capirci, si immaginino le difficoltà e le fatiche di un'inchiesta svolta in un contesto mafioso; e si moltiplichino per mille le resistenze che lì si incontrerebbero, considerato che le indagini sulla morte di Regeni vengono portate avanti all'interno di un sistema dove la mafiosità è quella degli apparati di sicurezza di un regime dispotico. E quelle indagini sono condotte prevalentemente dall'Italia, da una distanza di migliaia di chilometri e con poteri forzatamente assai limitati.

Ciononostante, grazie alla intelligente attività di Ros e Sco, la Procura di Roma, il 4 dicembre del 2018, iscriveva nel registro degli indagati cinque agenti della National Security egiziana. Poi, nell'aprile dell'anno successivo, inviava una rogatoria all'autorità giudiziaria del Cairo per sollecitare adeguate risposte "sull'elezione di domicilio da parte degli indagati, sulle dichiarazioni rese da uno di questi in Kenya nell'agosto del 2017 e su altre attività finalizzate a mettere a fuoco il ruolo di altri soggetti della National Security".

La richiesta di elezione di domicilio è fondamentale perché, se avvenisse, dimostrerebbe che gli indagati sono a conoscenza dell'indagine a loro carico: e ciò consentirebbe, a un tribunale italiano, in caso di rinvio a giudizio, di poterli processare "in assenza" (attuale formulazione della precedente "contumacia").

Di conseguenza, a quanto è dato di comprendere, il comunicato della Procura ha lo scopo di scongiurare ulteriori dilazioni ed evitare nuovi differimenti, di non consentire ancora alla Procura egiziana di menare il can per l'aia e di prolungare all'infinito una ricerca della verità che rischia di consegnarsi all'oblio. Perché questa è la vera e drammatica posta in gioco.

Ovvero la sorte della memoria di Giulio Regeni e di ciò che essa rappresenta per una parte significativa della società italiana. La sua storia non richiama esclusivamente una preoccupazione umanitaria o un sentimento filantropico. È una questione tutta politica che - sciaguratamente - la classe politica non ha saputo o voluto intendere.

È tutta politica, in primo luogo, perché in discussione è il principio della nostra sovranità nazionale: e non può essere altrimenti dal momento che un cittadino italiano è stato rapito, torturato e ucciso mentre si trovava in un paese considerato alleato (unito all'Italia da un "rapporto speciale" secondo il premier dell'epoca Matteo Renzi); e la mancata cooperazione giudiziaria compromette la capacità dello Stato italiano di tutelare l'incolumità dei connazionali, prerogativa essenziale del potere pubblico; e allo stesso tempo mortifica il suo prestigio internazionale. Ma la vicenda di Giulio Regeni è tutta politica per un'altra ragione ancora.

Perché ci fa toccare con mano quanto il tema dei diritti umani sia destinato a rimanere l'ultimo punto all'ordine del giorno dell'agenda politica. L'Egitto, ma il discorso può valere anche per la Turchia, gode nello scenario internazionale e, in specie, in quello medio-orientale, di uno statuto speciale. Non solo per le ben note relazioni economico-commerciali con l'Italia e l'Europa, bensì per il crescente ruolo geo-strategico che gioca in quell'area del mondo: prima come presidio irrinunciabile di fronte alla minaccia rappresentata dallo Stato islamico; poi come fattore di stabilizzazione, sappiamo quanto precaria, dell'eterna crisi libica. In una simile prospettiva, quanto volete che pesi e che valga il corpo sfigurato di Giulio Regeni e quello prigioniero di Patrick Zaky?

E quanto volete che contino i corpi delle migliaia e migliaia di egiziani che subiscono la medesima sorte? Infine. Forse si tratta di una mia personale ossessione, ma resto convinto che nell'inerzia mostrata dalla politica e dalla diplomazia italiane nei confronti del regime di al-Sisi, si sconti anche una sorta di complesso di inferiorità del nostro paese.

Quando Regeni, in una cella segreta, subiva sevizie e trattamenti inumani e degradanti, l'Italia - che aveva ratificato nel 1988 la Convenzione Onu contro la tortura - attendeva ancora l'introduzione nel proprio ordinamento di una legge in materia. Cosa che sarebbe avvenuta solo nel luglio del 2017, e in una versione assai blanda. Come non pensare che quella inerzia dell'Italia sia dipesa, almeno in parte, dal senso di colpa di chi non aveva tutte le carte in regola, e l'autorità giuridica e morale, per esigere verità e giustizia da un regime torturatore?