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di Luigi Manconi

La Repubblica, 16 luglio 2022

La sentenza della Corte di Cassazione brucia, probabilmente, ogni residua speranza e conclude con un atto che si teme definitivo il percorso della giustizia italiana nella caparbia ricerca della verità a proposito del barbaro assassinio del nostro connazionale Giulio Regeni.

La pronuncia della Suprema corte può essere legittimamente discussa, come ogni decisione di giustizia, in un sistema di democrazia matura: ed è giusto, in questo momento, ricordare le parole della procuratrice generale Marcella de Masellis che aveva definito l’eventuale sospensione del processo un “atto abnorme”. E ciò perché “la condotta elusiva” degli agenti del servizio segreto egiziano “pienamente consapevoli del processo a loro carico, nonché della data, del luogo della prima udienza” e “l’incapacità del nostro ordinamento di raggiungere gli imputati per motivi oggettivi e incontrovertibili” mettono nei fatti “il processo in una stasi non rimediabile”. Ovvero “in una condizione lesiva dell’efficienza del sistema: e, dunque, “nell’impossibilità di perseguire i gravissimi reati commessi contro Giulio Regeni”.

La Cassazione non ha accolto queste ragionevolissime argomentazioni e ha deciso in senso opposto, bloccando di conseguenza ogni ulteriore possibilità di un dibattimento, in un tribunale italiano, che consentisse di valutare l’ampio materiale probatorio raccolto dalla procura di Roma. Grazie, in particolare, al lavoro del Pm Sergio Colaiocco e all’attività investigativa di carabinieri e polizia di stato. Ora non si vede proprio come la vicenda di un ricercatore italiano di ventotto anni, un intellettuale appassionato e curioso, trucidato da un regime dispotico, possa essere sottratto all’oblio del tempo che trascorre e della memoria che scolora fatti, date e volti; e a quali altre vie e a quali altri strumenti si possa ancora ricorrere perché su questa vicenda non cali il silenzio dei fascicoli archiviati e delle burocrazie che tutto omologano.

A contrastare questa tentazione di smemoratezza resteranno, ne sono certo, le parole e i gesti di Paola e Claudio Regeni e di quei milioni di cittadini che hanno creduto in loro. Si tratta, in ogni caso, di una sconfitta cocente perché l’assassinio di Regeni - contrariamente a quanto ha ritenuto pressocché tutta la classe politica nazionale - non è stato esclusivamente una “tragedia umanitaria” o un caso atroce di violazione dei diritti umani o, ancora, un atto di crudele oltraggio nei confronti di quei “ragazzi dell’Europa” che, come Regeni, hanno creduto di poter vivere in un mondo dove si potessero superare d’un balzo solo le frontiere e i tribalismi, i pregiudizi e gli egoismi etnici. Lo strazio del corpo di Regeni è stato tutto questo, ma è stato anche un colpo micidiale inferto alla sovranità dello Stato italiano e alla nostra indipendenza nazionale.

Di fronte a ciò, l’Italia è stata inerte e remissiva. Questo è stato l’atteggiamento prevalente dei cinque governi che si sono succeduti da quel 25 gennaio del 2016 (e va detto che solo l’attuale esecutivo ha dato prova di una qualche vitalità). A chi scrive è accaduto, per una serie di circostanze, di seguire questa vicenda da vicino, da molto vicino e di esser stato, talvolta, testimone oculare di alcuni suoi passaggi.

Dunque, posso dire, in piena coscienza, che il nostro paese ha mostrato in questi sei lunghissimi anni una postura di subalternità psicologica e di sudditanza ideologica nei confronti di un regime brutale, in nome di una malintesa realpolitik. Un realismo politico straccione che ha impedito qualsiasi seria iniziativa di pressione e condizionamento, qualsiasi azione coordinata e condivisa al livello sovranazionale ed europeo, qualsiasi forma di internalizzazione della crisi tra Italia ed Egitto al fine di trasformarla in una grande questione di tutela dei diritti umani in quella cruciale regione del mondo. Una disfatta morale, oltre che, politica.