di Francesco Grignetti
La Stampa, 10 febbraio 2023
Le motivazioni della sentenza che in estate ha fermato l’azione giudiziaria contro gli 007: “Crimini efferati, ma le regole vanno rispettate”. Il sequestro, la tortura, e l’omicidio di Giulio Regeni sono crimini “efferati” e su questo non si discute. Ma anche nel peggiore dei delitti, non si può prescindere dal rispetto delle regole. E perciò, finché non si faranno le notifiche ai quattro imputati egiziani secondo il codice di procedura penale, il processo Regeni non può andare avanti. Non ci sono scorciatoie giudiziarie possibili.
Così parlò la Cassazione, che a luglio ha respinto un ricorso della procura di Roma e ieri ha depositato le sue motivazioni giuridiche. A leggerle bene, sono una staffilata per i governi che si sono succeduti negli ultimi anni, e per l’attuale. Spetta all’esecutivo, infatti, farsi rispettare dal Cairo e permettere che la giustizia vada avanti.
“Il superamento della situazione che impedisce la partecipazione degli imputati al processo - si legge nelle motivazioni - appartiene alle competenti autorità di governo, anche alla luce degli obblighi di assistenza e cooperazione che discendono dalle Convenzioni internazionali”.
La sentenza della Prima sezione penale, presieduta da Stefano Mogini, magistrato noto per la sua lunga esperienza internazionale tra Parigi e New York, cita in particolare la Convenzione contro la tortura e altri trattamenti o punizione crudeli, inumani o degradanti di New York, ratificata con legge dall’Italia nel 1988 e dall’Egitto nel 1986.
Se entrambi i Paesi hanno ratificato quella Convenzione, bisogna trovare il modo di costringere l’Egitto alla cooperazione. Altro non si può fare. Ad esempio, nonostante l’eco che ha avuto questo caso nel mondo arabo, non si può dare per scontata la conoscenza del processo da parte dei quattro imputati. Ne va del rispetto delle regole, perché l’imputato ha diritto al contraddittorio.
“La problematica che incide sulla cooperazione tra Stati - scrive ancora la Cassazione - e sulla ingiustificata mancanza di collaborazione dell’Autorità giudiziaria egiziana, che fa da sfondo alle censure svolte, è estranea all’esercizio dell’attività giudiziaria”.
La famiglia di Giulio aveva sperato in una decisione diversa della Cassazione. E i giudici fanno atto di omaggio al loro dolore e ai loro diritti. “Tali considerazioni non trascurano le deduzioni delle parti civili Paola Deffendi e Claudio Regeni che hanno evocato nella memoria scritta il pregiudizio prodotto dal provvedimento impugnato a diritti garantiti in loro favore dall’obbligo procedurale degli Stati di garantire il diritto alla vita e il divieto di tortura”. Né il collegio “disconosce” le varie decisioni della Corte europea sui diritti dell’uomo le quali hanno affermato “che laddove nelle indagini siano coinvolte accuse di gravi violazioni dei diritti umani, il diritto alla verità sulle circostanze rilevanti del caso non appartiene solo alla vittima del reato e alla sua famiglia, ma anche ad altre vittime di violazioni simili e al pubblico in generale, che ha il diritto di sapere cosa è successo”.
Proprio perché occorre “una risposta adeguata da parte delle autorità nelle indagini sulle denunce di gravi violazioni dei diritti umani” e che questa risposta adeguata è “essenziale per mantenere la fiducia nel pubblico nella sua adesione allo Stato di diritto e per prevenire qualsiasi apparenza di impunità, collusione o tolleranza”, però, è indispensabile che si tenga un processo secondo tutti i crismi.
“Deve ribadirsi che sono proprio le esigenze rappresentate a dimostrare la correttezza di quanto rilevato, dovendo il perseguimento delle condotte criminose anche se efferate e ignominiose, quali quelle oggetto di imputazione, passare in uno Stato di diritto attraverso il rispetto delle regole del giusto processo regolato dalla legge che si svolga nel pieno ed effettivo contraddittorio tra le parti”. L’Italia insomma non tradisce la sua coscienza. L’Egitto può dire altrettanto?











