di Errico Novi
Il Dubbio, 1 giugno 2023
Il Gup di Roma invia gli atti alla Corte costituzionale come chiesto dai pm. Va stabilito se è legittima la norma che impedisce di giudicare gli 007 fin qui coperti dal Cairo. “Questa paralisi ripugna”, scrive il magistrato. Qui certo non si potrà tacciare la magistratura di giurisdizione creativa. Non si potrà contestare al gup di Roma Roberto Ranazzi, al procuratore Francesco Lo Voi e all’aggiunto Sergio Colaiocco una qualche pretesa di “supplenza indebita” nei confronti della politica.
Certamente non in relazione alle parole con cui lo stesso Lo Voi ieri ha spiegato il senso dell’ultima mossa compiuta dalla giustizia italiana per tentare di mandare a processo gli 007 egiziani presunti assassini di Giulio Regeni, ossia la remissione alla Consulta della norma che impedisce di procedere nei confronti di stranieri “assenti” il cui Stato d’origine non “cooperi” al loro reperimento: “Era l’unica possibilità per poter celebrare il processo, salvo modifiche legislative di cui al momento, per la verità, non si vede alcuna proposta...” . Ecco, nelle poche, asciutte parole del capo della Procura di Roma c’è il senso di quanto avvenuto ieri: il gup Ranazzi ha appunto rimesso alla Corte costituzionale la questione, dallo stesso giudice ritenuta non manifestamente infondata, relativa all’articolo 420 bis del codice di procedura penale, e in particolare alla attualmente prevista “improcessabilità” dell’imputato assente e irreperibile in quanto “coperto” dalle autorità del proprio Paese. In gioco c’è il busillis che ha tenuto fin qui nelle sabbie mobili il giudizio nei confronti dei quattro agenti dei Servizi del Cairo ritenuti, dai pm, responsabili della morte di Giulio Regeni: Tariq Sabir, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif. Nei loro confronti la Procura diretta da Lo Voi ipotizza il sequestro di persona e, nei riguardi del solo Sharif, anche le lesioni e il concorso in omicidio.
Ieri dunque il giudice per l’udienza preliminare ha accolto l’istanza con cui l’ufficio inquirente aveva chiesto, nella precedente udienza del 3 aprile, di sottoporre alla Consulta la questione di costituzionalità del 420 bis nella parte in cui non prevede deroghe alla “improcessabilità” qualora sia impossibile notificare gli atti all’imputato straniero a causa della mancata cooperazione del suo Paese. Nella propria ordinanza il gup rilancia e corrobora le ragioni della Procura, in particolare quando scrive: “Ripugna al senso comune di giustizia che un fatto così grave non possa essere oggetto di un processo”.
Lo Voi si è limitato ad aggiungere: “Vedremo cosa deciderà la Corte: all’esito del giudizio di costituzionalità, ci regoleremo di conseguenza: abbiamo questa ulteriore strada da percorrere, dopo che le precedenti non hanno portato, purtroppo, ad alcun risultato utile: la situazione di impantanamento è tale che non si riusciva a venirne fuori”. Ed è esattamente così, come segnala la stessa ordinanza di Ranazzi. È sempre stato così anche all’epoca in cui la Procura della Capitale era guidata dal predecessore di Lo Voi, Michele Prestipino. Certo, non si può dare per scontato che il giudice delle leggi ritenga derogabili le norme attualmente sancite, dal codice di rito, per il processo in assenza. Ma neppure è il caso di spingersi in previsioni negative. Intanto l’avvocata della famiglia Regeni, Alessandra Ballerini, guarda al giudizio di costituzionalità appena avviato dal gup di Roma come a una “speranza in più”.
E aggiunge: “Confidiamo sia la volta buona, definitiva, per veder sancito che questo processo si può e si deve fare. Noi diciamo sempre che Giulio ‘ fa cose’: ci auguriamo che Giulio possa favorire di fatto una modifica normativa tale da non lasciare impuniti i reati di questa gravità quando gli Stati non collaborano”.
Ma Ballerini non manca di fare appello a una particolare “vigilanza” anche in questa nuova fase del cammino intrapreso dalla famiglia Regeni per veder puniti gli assassini di Giulio: “Ci auguriamo che il popolo giallo e la scorta mediatica stiano con noi con le antenne dritte”. Ha quindi rievocato altri fantasmi: “In passato abbiamo dovuto presentare una denuncia per intralcio alla giustizia dal momento che le nostre (sue e dei familiari di Giulio, ndr) telefonate erano palesemente ascoltate”.
Sempre l’avvocata Ballerini, prima ancora che il gip emettesse la propria ordinanza, aveva chiamato in causa le persone accorse in mattinata a piazzale Clodio: “Stanno a dimostrare che non è una storia di famiglia: è una storia che riguarda la dignità di questo Paese e la sicurezza di tutti i cittadini nel mondo”.
E certo non è privo di significato che tra il “popolo giallo” radunatosi nel sit- in vi fosse, oltre all’attore Pif, anche un’ex Terza carica dello Stato come Roberto Fico, fra i pochissimi rappresentanti delle istituzioni ad essersi battuti, in questi anni, perché Regeni avesse davvero verità è giustizia, come reclama quel braccialetto giallo indossato ancora oggi, a sette anni di distanza dell’assassinio di fine gennaio 2016, da decine di migliaia di persone, ogni giorno, in tutta Italia.









