di Giuliano Foschini
La Repubblica, 3 maggio 2022
La procura di Roma fa ricorso contro lo stop al procedimento per l’omicidio dello studente italiano al Cairo: “Imputati alla sbarra anche se l’Egitto non fornisce i loro domicili”. Per i magistrati i quattro imputati sono “finti inconsapevoli”.
Sono passati sei anni e quattro mesi. Abbiamo visto decine di depistaggi, ascoltato centinaia di bugie e migliaia di promesse. Abbiamo i nomi di quattro presunti assassini. Ma ancora nessuna verità. Per questo la Procura di Roma ha deciso di chiedere una parola definitiva al più alto organo della giustizia italiana, la Corte di Cassazione, per sapere se il processo sul sequestro, la tortura e la morte di Giulio Regeni si potrà tenere. Oppure no. Se, come ritiene la procura e il gup del tribunale di Roma, esistono i presupposti per mandare alla sbarra i quattro esponenti del servizio segreto civile egiziano. O se, invece, come ha sostenuto la Corte d’Assise, il fatto che l’Egitto non abbia comunicato gli indirizzi degli imputati, impedendo così la notifica degli atti, sia un presupposto insuperabile per non far cominciare il processo.
“Una posizione illogica” ha spiegato la Procura, nel ricorso presentato dal procuratore aggiunto Sergio Colaiocco che da sei anni indaga sulla morte del ricercatore italiano, nel ricorso presentato ieri in Cassazione. L’appello si basa proprio su una sentenza delle Sezioni Unite relativo ai cosiddetti “finti inconsapevoli”. In pratica, secondo gli inquirenti capitolini, gli uomini dei servizi egiziani sono a conoscenza delle imputazioni che gli rivolgono i pm italiani. Sarebbero, appunto, dei “finti inconsapevoli”. Per questo motivo, questa la tesi, i quattro possono essere processati senza che vengano negati loro i diritti del “giusto processo”.
Di più: la Procura, citando lo stesso provvedimento della Corte d’Assise, dice che “vi è una ragionevole certezza - si legge - che i quattro imputati egiziani hanno conoscenza dell’esistenza di un procedimento penale a loro carico avente ad oggetto gravi reati commessi in danno a Regeni”. Eppure questo, hanno detto i giudici, non basta.
La Cassazione deciderà in autunno, forse proprio a ridosso della nuova udienza fissata dal gup per il 10 ottobre. E sarà un tutto per tutto: è chiaro, ormai, che l’Egitto non ha alcuna intenzione di collaborare. Repubblica ha pubblicato nelle scorse settimane le fotografie di tre dei quattro imputati, depositate agli atti in un’informativa dei carabinieri del Ros, e la famiglia Regeni ha avviato, con il loro avvocato, Alessandra Ballerini, una petizione nella speranza di ottenere informazioni sui loro domicili. Ma la strada è stretta: il governo sta ragionando sulla possibilità di un provvedimento legislativo per uscire dall’impasse e permettere, in casi come questi (quando cioè gli stati stranieri non collaborano) di far tenere comunque i processi. Ma sarà la Cassazione a dire, probabilmente, la parola definitiva sul diritto di avere o meno verità e giustizia per la morte di Giulio Regeni.










