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di Giuliano Foschini

La Repubblica, 12 ottobre 2022

Grazie alla riforma Cartabia, basterà consegnare ai 4 ufficiali indagati la notifica di rinvio a giudizio sul luogo di lavoro. Così verrà aggirato il rifiuto egiziano di dare i loro indirizzi di casa. Ma Il Cairo potrebbe creare nuovi ostacoli.

Uno spiraglio c’è. Stretto, forse strettissimo, ma dopo mesi di buio assoluto si vede una luce sul fondo. Tra poche sarà pubblicata in Gazzetta ufficiale la riforma Cartabia della giustizia penale che all’articolo 169, comma 1, contiene una norma che potrebbe fare cambiare le sorti del processo ai sequestratori, torturatori e assassini di Giulio Regeni. A oggi non è stato possibile cominciare il dibattimento perché la Corte di Assise di Roma e poi la Cassazione hanno stabilito che senza la notifica degli atti agli imputati - i quattro agenti della National security, il servizio segreto civile egiziano - non si può tenere il processo. Il punto è che la notifica per l’Italia è impossibile: l’Egitto si è rifiutato di collaborare anche soltanto comunicando gli indirizzi dei quattro. Senza indirizzi, niente notifica. Senza notifica, niente processo.

La notifica all’estero - Il cortocircuito aveva, di fatto, messo in un binario morto il procedimento. Con il giudice dell’udienza preliminare, come è successo anche lunedì, costretto a prendere atto della mancata notifica e a rinnovare l’udienza. “La questione a questo punto è politica” si era detto. E la politica, con il ministro Marta Cartabia, in uno dei rarissimi casi in questi quasi sette anni, ha battuto un colpo. Nella riforma della giustizia penale si affronta il tema delle notifiche all’estero. E all’articolo 169, comma 1, si diceva, è stato inserito un passaggio cruciale: “Quando l’autorità giudiziaria - si legge - non può procedere alla notificazione con modalità telematiche e risulta dagli atti precisa notizia del luogo di residenza o del luogo in cui all’estero la stessa esercita abitualmente l’attività lavorativa, il giudice invia la raccomandata contenente l’indicazione dell’autorità che procede, del titolo del reato e della data e del luogo in cui è stato commesso. Se nel termine di trenta giorni non viene eletto un domicilio, le notifiche sono eseguite mediante consegna al difensore”.

La riforma forse non basta ma aiuterà - Che significa? Che per la nuova norma non è più necessario consegnare la richiesta di rinvio a giudizio a casa degli imputati. Se lo Stato estero non collabora, come nel caso dell’Egitto, basta notificarli sul luogo di lavoro. E dopo un mese, anche senza risposta, a quel punto possono bastare le comunicazioni al difensore, anche di ufficio. Tirato fuori dal legalese, significa che il processo Regeni ha qualche speranza di partire. I carabinieri del Ros conoscono gli indirizzi attuali di lavoro di almeno tre dei quattro imputati: il colonnello Husan Helmi, nato nel 1968, documento di identificazione militare 5/89. Il colonnello Athar Kamel Mohamed Ibrahim, anche lui classe ‘68. Il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, nato a luglio nel 1984. Il generale Tariq Sabir, numero di identificazione 291/1984/19. Ora la strada non è semplice, anzi. L’Egitto potrebbe, e a questo punto lo farà, sicuramente creare ulteriori problemi, mettere nuovi ostacoli come sempre hanno fatto in questi anni. Ma è chiaro che questa norma cambia le carte in tavola per un problema che non vale solo per il processo Regeni. Perché se in questo caso la questione è politica - Al Sisi ha deliberatamente scelto di non collaborare ritenendo chiusa l’indagine Regeni - in altri decine di processi il problema è procedurale. Non è facile trovare gli imputati all’estero. E sono sempre di più i casi in cui chi è accusato di aver commesso reati va fuori dall’Italia, diventando irreperibile. La possibilità di inviare la raccomandata nel luogo in cui esercita il lavoro l’imputato non risolve ma aiuta la risoluzione del problema, “pur nel pieno rispetto del diritto di difesa degli imputati” dicono da via Arenula dove per mesi hanno lavorato, in silenzio, a questa innovazione. La ministra Cartabia aveva incontrato anche i genitori di Giulio Regeni, insieme con il loro avvocato Alessandra Ballerini, promettendo il possibile. Nelle prossime settimane si capirà se basta.