di Carlo Bonini
La Repubblica, 2 luglio 2020
In questi quattro anni, la ricerca della verità sui responsabili dell'omicidio di Giulio Regeni ha conosciuto giornate buie. Persino drammatiche. Ma è difficile ricordarne una peggiore di quella vissuta ieri. Perché da qualunque parte lo si voglia osservare, l'esito della "conference call", il vertice da remoto, tra il procuratore generale egiziano Hamada Al Sawy e i nostri procuratori Michele Prestipino e Sergio Colaiocco è uno schiaffo senza precedenti non solo a una famiglia, ma ad un intero Paese. Dunque, la conferma che il tempo dell'attesa è scaduto.
L'accidia con cui l'Egitto pospone ancora una volta a data da destinarsi le risposte ad una rogatoria che pende da 14 mesi e da cui dipende la legittimità e l'agibilità di un futuro processo nei confronti di cinque funzionari dell'intelligence egiziana è pari infatti solo alla protervia delle richieste in 14 punti avanzate dal Cairo alla nostra Procura sulla figura di Giulio.
Sulle ragioni del suo soggiorno in Egitto, sulla natura dei suoi rapporti in quel Paese, sulle testimonianze rese da chi gli era vicino, su ciò che conservava la memoria del suo computer portatile. Perché in quelle domande - che per giunta hanno trovato da tempo risposta negli atti già nella disponibilità della Procura egiziana - non c'è solo la prova dell'evidente strumentalità di una mossa concepita solo per prendere altro tempo. C'è qualcosa di più e di peggio.
C'è l'odioso riproporsi del veleno con cui l'Egitto, quattro anni fa, aveva tentato una prima intossicazione dell'inchiesta. L'ipotesi, cioè, che la vita e il lavoro trasparenti di un ricercatore universitario italiano nascondessero da qualche parte inconfessabili rapporti con l'intelligence inglese. Che Giulio fosse una spia, insomma. Ipotesi, per altro, che il precedente procuratore generale egiziano, Nabil Sadeq, aveva ufficialmente escluso con un atto formale che celebrava Giulio quale "ambasciatore di pace nel mondo".
Nella mossa egiziana c'è evidentemente del metodo. Confondere le acquisizioni di quattro anni di cooperazione giudiziaria e rimettere in discussione la figura di Giulio, significa infatti porsi nelle condizioni di poter riavviare un estenuante suk diplomatico in cui ricominciare a negoziare un possibile punto di caduta dell'inchiesta giudiziaria sulla base di nuovi presupposti. Ma nella mossa egiziana - e questo è quel che più conta - c'è anche tutta la drammatica improvvisazione, debolezza e balbettio della gestione di Palazzo Chigi e della Farnesina di questa vicenda.
Conte, a inizio giugno, pur essendo stato avvertito da un azionista di peso della sua maggioranza come il Pd circa l'azzardo in cui si stava infilando, si è consegnato senza alcun "piano b" alle generiche assicurazioni di Al Sisi sulla volontà di riprendere la cooperazione giudiziaria, come se una vicenda di questo genere si risolvesse sul piano dei rapporti personali tra capi di governo. Mentre Luigi Di Maio ha scommesso in modo miope che spostare ogni volta più in là il momento delle decisioni lo avrebbe messo prima o poi in una condizione di maggior forza o, comunque, di minor svantaggio.
Senza capire che aver invocato per due anni "conseguenze" (mai arrivate) in mancanza di "cambi di passo" (lo ha fatto anche ieri dopo averlo fatto la prima volta nel 2018, da vicepremier di un governo giallo-verde), rinunciare anche solo a chiedere a Londra una collaborazione diplomatica attiva nei confronti del Cairo, ha soltanto contribuito a convincere definitivamente il Cairo che Roma brandiva una pistola semplicemente scarica.
Ora tutto diventa ancora più complicato. E lo spettacolo di queste ore ne è avvisaglia. Per quel che è possibile intuire, Di Maio tenterà di sfilarsi dall'angolo in cui si è cacciato richiamando per consultazioni il nostro ambasciatore (riproponendo così una mossa identica a quella decisa dal governo Renzi nel 2016).
Ed è altrettanto probabile che a qualcuno sarà chiesto conto della Caporetto diplomatica di Palazzo Chigi. Facciamo una previsione: il direttore del Dis Gennaro Vecchione, amico e gran consigliori del premier. Regista silente della vendita delle fregate al Cairo e della restituzione degli indumenti di Giulio che di Giulio non erano.










