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di Agostino Siviglia*

 

Avvenire, 23 giugno 2019

 

Il carcere è considerato una "discarica sociale". Il Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Reggio Calabria è stato istituito con deliberazione del Consiglio Comunale n. 46 del primo agosto 2006 ed è stato contestualmente approvato il Regolamento, modificato con Delibera Consiliare n. 56 del 22 ottobre 2015, che ne disciplina l'esercizio delle funzioni, i requisiti, le modalità di nomina, nonché i requisiti e le modalità di nomina dei componenti del suo Ufficio.

Il Garante, in particolare, opera per migliorare le condizioni di vita e di inserimento sociale delle persone private della libertà personale mediante la promozione di iniziative di sensibilizzazione pubblica sui temi dei diritti umani e dell'umanizzazione delle pene delle persone comunque private della libertà personale.

Il Garante, svolge le sue funzioni anche attraverso intese ed accordi con le Amministrazioni interessate volte a consentire una migliore conoscenza delle condizioni delle persone private della libertà personale, mediante visite ai luoghi ove esse stesse si trovino, nonché con associazioni ed urbanismi operanti per la tutela dei diritti della persona, stipulando a tal fine anche convenzioni specifiche. Il Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Reggio Calabria e l'avvocato Agostino Siviglia, nominato dal sindaco il 19 giugno 2015.

Don Giacomo D'Anna si destreggia tra gli uffici del carcere con disinvoltura. Il carattere è quello di sempre, gioviale e spiritoso, riuscendo a strappare un sorriso anche in un contesto tutt'altro che semplice, "Il mio mandato è durato 14 anni, dal 2004 al 2018. Questo tempo ha rappresentato per me un'esperienza molto forte; posso affermare che tutto ciò ha segnato !a mia vita prima come uomo e poi come sacerdote", dice il prete reggino che da pochi giorni ha concluso la sua esperienza da Cappellano del carcere di San Pietro.

Così monsignor D'Anna, parroco del Santuario di San Paolo alla Rotonda in Reggio Calabria, ha deciso di scrivere un libro che vena presentato martedì 25 giugno, alle 17.30, presso il Palazzo della Città Metropolitana "Corrado Alvaro". 11 titolo è inequivocabile: "Una voce da dentro. L'esperienza di una presenza in carcere". All'importante evento parteciperà monsignor Vincenzo Berto-Ione, arcivescovo di Catanzaro-Squillace e presidente della Cec.

Ancona una volta, quest'anno, ci tocca ripetere: "Dal sociale al penale, il penitenziario continua ad essere sempre più luogo di discarica sociale". Tre leggi in particolare, meritano di essere menzionate in tal senso: la legge Bossi-Fini, la legge Fini-Giovanardi e la legge ex Cirielli, che rispettivamente si occupano di immigrati clandestini, tossicodipendenti e recidivi. Queste tre leggi, nonostante gli interventi della Corte Costituzionale, ancora oggi, a distanza di lustri, continuano a dispiegare ì loro nefasti effetti criminogeni e carcerogeni.

Da qui si spiega, in gran parte, la pletora di quelle "vite dì scarto", per usare la tragica ma eloquente definizione di Bauman, che ancora oggi sovraffollano i penitenziari italiani e reggini (con proporzioni per la verità più contenute alle nostre latitudini), per lo più tossicodipendenti (35,3%) e stranieri (34% circa). La condizione delle carceri reggine, in specie, si configura differente fra i due istituti di "San Pietro" e "Arghillà": il primo, storico carcere cittadino, è ospitato da una popolazione carceraria che continua ad essere costituita in gran parte da detenuti in attesa di giudizio e per lo più incriminati di associazione a delinquere di stampo mafioso.

Ciò rileva sia ordine al trattamento rieducativo, evidentemente, neutralizzato nei confronti di chi ancora deve essere giudicato definitivamente, sia in ordine alla inesplorata funzione rieducativa della pena in contesto di criminalità organizzata, almeno nel contesto penale adulti. Quando, al contrario, questa tema, a queste latitudini, è di cruciale rilevanza; il secondo, di recente costruzione, proprio, nel problematico e complesso quartiere di Arghillà, continua a contenere un'umanità reclusa sempre uguale a se stessa: detenuti provenienti da altre regioni, con fine pena lunghissimi e finanche condannati all'ergastolo e, poi, la solita frammistione di popolazione detenuta: extracomunitari, rom, sinti, tossicodipendenti, sex-offender; autori di reati comuni e detenuti di alta sicurezza; qualche colletto bianco.

E ancora a "San Pietro" c'è una sezione di "Osservazione Psichiatrica" ed una apposita sezione femminile, con ad oggi 34 donne detenute e, fino a qualche tempo addietro, anche qualche bambino. Tema questo, dei bambini innocenti detenuti fino a tre anni di età con le madri che non hanno a chi affidarli, che a mio avviso costituisce una vera e propria aberrazione.

E per il quale mi batto da anni. Eppure i segni di speranza non mancano: penso ai detenuti del carcere di "Arghillà" che da tre anni svolgono lavori volontari e gratuiti in favore della collettività; o all'iniziativa di Area Democratica, in collaborazione con il Cec e questo Garante, relativa alla sartoria in carcere per le donne detenute; o alla passione, alla "credenza", di educatori, assistenti sociali, volontari, agenti di polizia penitenziaria, medici, dirigenti, sacerdoti, suore. Insomma, in carcere sconforto e speranza convivono, fra quanti attendono una libertà prossima, lontana, sperata e, magari, una vita diversa e quanti con la loro 'credenza" riempiono di senso la funzione rieducativa della pena.

 

*Garante comunale dei diritti dei detenuti di Reggio Calabria