di Francesca Chilloni
Il Resto del Carlino, 6 aprile 2025
L’associazione Yairaiha sulla decisione per i dieci agenti di polizia penitenziaria “Tenere incappucciato qualcuno che è in posizione di vulnerabilità è disumano”. L’Associazione Yairaiha esprime “profonda preoccupazione per la sentenza del Tribunale di Reggio, che ha escluso la configurabilità del reato di tortura nel caso del detenuto incappucciato e picchiato mentre si trovava in una posizione di totale vulnerabilità”. Il riferimento è al processo nei confronti di dieci agenti penitenziari del carcere di via Settembrini, condannati per il pestaggio di un detenuto tunisino di 41 anni avvenuto ad aprile del 2023, che è stato filmato anche delle telecamere interne del carcere. Agli agenti non sono stati riconosciuti i reati di tortura e di lesioni. La pena più alta è stata di due anni, contro i quasi sei chiesti dal pubblico ministero Maria Rita Pantani.
“Privare una persona della vista, del respiro e della capacità di orientarsi non è una semplice irregolarità procedurale - considera l’associazione - si tratta di un atto disumanizzante, pensato per annullare psicologicamente il soggetto”. Nel caso del detenuto reggiano, “le violenze non si limitano all’incappucciamento - prosegue -. È stato inizialmente fatto cadere con uno sgambetto, colpito con schiaffi e calci, e sottoposto a costrizioni fisiche, tra cui la torsione del braccio e il sollevamento di peso dopo essere stato spogliato. Poi è stato trascinato nella cella di isolamento, dove è stato colpito di nuovo con pugni e calci, questa volta mentre si trovava nudo dalla vita in giù. È rimasto in questa condizione per oltre un’ora, visibilmente sanguinante a seguito di atti autolesivi e senza ricevere assistenza sanitaria. Il tutto giustificato dal sospetto, mai confermato, che potesse possedere delle lamette”.
La sentenza, pur riconoscendo l’incappucciamento come una misura non autorizzata, “sottovaluta gravemente l’impatto psicologico e fisico” di tale atto. “Riteniamo che il riconoscimento della tortura non debba essere limitato a forme estreme o spettacolari di violenza. Anche un singolo gesto, in un contesto di totale assoggettamento, può costituire tortura se lesivo della dignità e dell’integrità psicofisica di una persona”. Il rischio è quello “di legittimare pratiche disumanizzanti sotto l’ombrello dell’esecuzione del servizio” conclude l’associazione.











