di Vanna Iori (parlamentare del Pd)
Gazzetta di Reggio, 27 febbraio 2015
Nel 1975 Antonietta Bernardini morì bruciata viva perché legata al letto di contenzione. Era stata arrestata alla Stazione Termini perché aveva schiaffeggiato un agente in borghese per una lite sul posto nella fila allo sportello. Da Rebibbia era stata portata all'Opg di Pozzuoli. L'episodio riportato da molti giornali aveva aperto il dibattito su una realtà quasi sconosciuta, sui drammi di malati dimenticati da anni nell'incuria e nell'abbandono. La lunga e faticosa chiusura degli Opg, che dovrebbe concludersi finalmente il 31 marzo di quest'anno, è una storia che viene da lontano e ha le sue radici nel peggior degrado dell'istituzione manicomiale e di quella carceraria.
È la storia dei manicomi giudiziari che la legge 345/1975 ha denominato ospedali psichiatrici giudiziari, cambiandone solo il nome, mentre è rimasta la fisionomia di luoghi di segregazione, strutture fatiscenti, disumane e infernali di custodia, luoghi di punizione e sofferenza con letti di contenzione e violenze, basate sulla filosofia del "sorvegliare e punire" (Foucault).
Queste strutture giudiziarie sono sopravvissute alla Legge 180/1978 (legge Basaglia per la chiusura dei manicomi), per le motivazioni ideologiche della pericolosità sociale e della non imputabilità del malato di mente.
La paura del diverso ha prevalso e ha comportato la privazione delle libertà fondamentali. Sempre sul crinale del confine tra cura e custodia, tra tutela della salute mentale e istituzione totale della follia (Goffman, Asylums), la persona non imputabile non è "responsabile". Ma togliere la responsabilità a una persona è toglierle la dignità stessa dell'esistenza.
"In manicomio giudiziario ti dicono che tu non sei più tu, perché qua non ti hanno solo tolto tutto, ma anche quell'azione per quanto tragica per cui tu sei finito qua dentro, anche quel gesto te l'hanno portato via, nemmeno quell'azione ti appartiene più." (Il dialogo di Marco Cavallo).
Restituire a una persona il diritto a essere processato e a essere punito anche con il carcere, significa riconoscere il diritto a essere cittadino, a un progetto terapeutico, alla libertà vigilata, a un inserimento lavorativo, a tutte le condizioni dei detenuti comuni, ferma restando la garanzia della sicurezza sociale e la certezza della pena.
Ed è con decreto del Presidente del Consiglio del 1° aprile 2008 che le persone detenute negli Opg passano dal ministero della Giustizia a quello della Salute, dallo Stato alle Regioni e alle Ausl. Dopo due proroghe si avvicina ora la data del 31 marzo 2015 in cui concretizzare le dimissioni di tutti gli internati ritenuti in grado di proseguire il loro cammino terapeutico-riabilitativo all'esterno. Le Rems (residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza) previste dalla Legge 81/2014 per il superamento degli Opg sono pronte solo in alcune regioni, mentre altre non sono ancora in grado di ricevere i pazienti dimessi.
A Reggio Emilia le dimissioni sono già iniziate e si è ridotto il problema del sovraffollamento (oggi 142 internati), inoltre 4 reparti su 5 sono aperti e le persone possono muoversi. Sono predisposti i programmi specifici per le misure alternative all'internamento, accompagnate da personale qualificato, e un potenziamento dei servizi territoriali di salute mentale. È giunto il momento di "buttare giù" i muri. Ma non possiamo considerare superficialmente risolta la complessità di una questione che andrà affrontata ancora.
La chiusura è la fine di una storia di segregazione disumana, ma deve essere anche l'inizio di buone pratiche socio-sanitarie, di percorsi individualizzati, di inclusione sociale e assistenza in famiglia o in gruppi di convivenza, di collaborazione degli operatori con le reti territoriali di avvocati, associazioni, garanti dei detenuti, familiari, volontari, cooperative.
La legge 81/2014 va attuata nel suo spirito autentico. Il che significa innanzitutto non trasferire semplicemente i malati psichiatrici dagli Opg alle Rems, trasformandole in neostrutture manicomiali o "mini Opg" più confortevoli, ma ancora improntate alla logica custodialistica.
Inoltre bisogna evitare che ridiventi definitiva la permanenza temporanea (da 18 a 33 mesi) nelle Rems. Questo sarebbe un nuovo fallimento. Dopo la chiusura non dobbiamo quindi dimenticarci di potenziare e monitorare l'effettivo recupero della dignità umana, etica, civile e politica di queste persone, della libertà e dei diritti di reale cittadinanza.











