di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 15 luglio 2023
Tortura e falsificazione delle relazioni di servizio. La Procura della Repubblica di Reggio Emilia ha dato esecuzione a un’ordinanza che ha portato alle misure cautelari nei confronti di 10 agenti di Polizia penitenziaria in servizio presso la Casa circondariale di Reggio Emilia. L’operazione è stata condotta con il supporto del Nucleo Investigativo Centrale e dei Nuclei Investigativi Regionali dell’Emilia Romagna, di Padova e di Milano del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. Gli agenti sono accusati di violenze, torture e falsificazione di documenti in relazione a un detenuto di origine tunisina.
Come Il Dubbio ha già riportato, tutto parte dalla denuncia di un detenuto presentata tramite l’avvocato Luca Sebastiani. Nella denuncia si dichiara che il 3 aprile scorso lo avrebbero fatto stendere sul pavimento, con la faccia rivolta verso terra, poi gli avrebbero coperto il volto con un tessuto e colpito con dei pugni. Dopodiché lo avrebbero portato in cella di isolamento. Nei giorni successivi il 40enne è stato portato all’ospedale Santa Maria Nuova, e non avrebbe riportato ferite gravi. Il presunto pestaggio - segnalato dal difensore civico di Antigone anche al garante regionale Roberto Cavalieri - è stato immortalato dalle telecamere interne, i cui filmati sono appunto passati al vaglio degli inquirenti. Secondo quanto riferito dall’avvocato Sebastiani, che ha incontrato per un colloquio, il detenuto presentava delle lesioni al volto. Il reato di tortura è stato indicato nella denuncia in riferimento all’uso della presunta violenza da parte degli agenti, specie quando lui sarebbe stato messo in posizione prona da più poliziotti.
Il Gip ha accolto la qualificazione giuridica dei fatti presentata dalla Procura, ritenendo che gli indagati abbiano commesso il delitto di tortura e lesioni ai danni del detenuto. Inoltre, sono accusati di falso ideologico in atto pubblico per aver redatto tre relazioni di servizio in cui avrebbero attestato un diverso svolgimento dei fatti. L’ordinanza applica la misura coercitiva dell’obbligo di presentazione alla Procura e la sospensione dall’esercizio di un pubblico ufficio e servizio per i 10 agenti coinvolti. Le indagini svolte dalla Procura hanno portato alla luce una serie di violenze e maltrattamenti subiti dal detenuto, che hanno incluso torture e lesioni fisiche. Le prove raccolte, comprese testimonianze e documentazione video, hanno permesso alla Procura di avanzare le accuse e richiedere le misure cautelari nei confronti degli agenti. Secondo il racconto del procuratore Gaetano Paci il detenuto è stato brutalmente aggredito dagli agenti penitenziari. Incappucciato con la federa di un cuscino, è stato fatto cadere con uno sgambetto e poi immobilizzato a terra. Gli agenti lo hanno successivamente colpito con calci e pugni in viso e sul corpo, oltre a calpestarlo ripetutamente. Il procuratore descrive una sequenza da film dell’orrore, una serie di atti che vanno ben oltre qualsiasi forma di trattamento legittimo nei confronti di un detenuto. Le prove a sostegno delle accuse nei confronti degli agenti includono i filmati delle telecamere di sicurezza, che mostrano chiaramente l’aggressione subita dal detenuto. Inoltre le testimonianze di altri operatori e detenuti presenti durante il pestaggio hanno fornito ulteriori dettagli sugli eventi. Queste prove concrete hanno permesso al procuratore di avanzare le denunce contro gli agenti coinvolti, dimostrando la gravità delle azioni commesse.
La Procura di Reggio Emilia ha quindi richiesto misure cautelari per gli agenti coinvolti nel pestaggio. Si tratta di individui con varie esperienze lavorative nel sistema penitenziario, da quelli appena assunti a quelli con vent’anni di servizio. È previsto che i 10 destinatari delle misure cautelari saranno sottoposti a interrogatori di garanzia. Questo passo è fondamentale per garantire che i responsabili di tali atti di violenza siano chiamati a rispondere delle loro azioni.
Il caso di Reggio Emilia si unisce ad altri episodi di violenza istituzionale che si sono verificati in Italia. L’arresto di quattro agenti e un ispettore di polizia a Verona per presunti atti di violenza è un altro triste esempio di abusi di potere. È fondamentale che queste vicende non vengano ignorate e che le istituzioni siano intransigenti nel condannare e affrontare tali comportamenti. La senatrice Anna Bilotti del Movimento Cinque Stelle, membro della commissione Giustizia, sottolinea l’importanza di rafforzare la legge sul reato di tortura per proteggere l’integrità fisica e psicologica delle persone e promuovere una società basata sulla civiltà e il rispetto reciproco.
L’importanza di rafforzare di tale legge si scontra però con la proposta di modifica presentata dalla deputata di Fratelli d’Italia Imma Vietri per abrogare gli articoli 613- bis e 613- ter del codice penale. L’eliminazione di quegli articoli avrebbe due conseguenze negative: da un lato, renderebbe meno gravi e talvolta giustificabili gli abusi commessi dalle forze dell’ordine contro le persone private della loro libertà; dall’altro, metterebbe l’Italia in conflitto con gli obblighi internazionali assunti da ormai 35 anni e manderebbe un messaggio preoccupante alla comunità internazionale che cerca di combattere la tortura. Come ha ricordato Luigi Manconi, all’epoca senatore del Partito democratico che fu il primo firmatario della proposta di legge nel lontano 2013, il dibattito per l’introduzione ebbe una accelerazione a seguito della condanna da parte della Corte europea dei diritti umani nei confronti dell’Italia per le violenze degli apparati di polizia messe in atto durante i giorni del G8 di Genova (2001), in particolare per il comportamento tenuto in occasione dell’irruzione notturna nella scuola Diaz. Ma anche a seguito del caso Cedu “Irino e Renne c. Italia”, ovvero la condanna per i fatti avvenuti al carcere di Asti. Come sappiamo la legge che ha introdotto il reato di tortura è stata emanata nel 2017. Le differenze cruciali che hanno fatto della proposta iniziale una legge parziale sono essenzialmente tre. L’ex senatore Manconi le riassume così. La prima. Il reato è comune e non proprio: ovvero attribuibile a chiunque e non imputabile solo ai pubblici ufficiali e a chi esercita un pubblico servizio. Un reato, dunque, che non deriva dall’abuso di potere di un funzionario dello Stato ma da una qualunque forma di violenza tra individui. La seconda.
La necessità che vi sia una pluralità di violenze e di minacce e il ripetersi di più condotte perché si verifichi la tortura. La terza. La pretesa che vi sia una verificabilità oggettiva del trauma psichico derivante da tortura. Eppure, nonostante le imperfezioni, dal 2017 a oggi, il reato di tortura è stato contestato a numerosi imputati in diversi procedimenti giudiziari. Nel contempo non è assolutamente vero che l’uso della forza si traduce in tortura. Diversi i casi archiviati, perché i magistrati stessi hanno reputo l’uso legittimo. Come non ricordare il fatto - denunciato dal Garante nazionale nel 2019 dell’uso degli idranti nei confronti di un detenuto chiuso dentro la cella? Il detenuto, preso da una evidente esagitazione, aveva rotto il portellino dello spioncino e gli agenti volevano che lui consegnasse il pezzo di ferro e il fornelletto che aveva in dotazione.
Siccome lui non aveva eseguito l’ordine, gli agenti avrebbero aperto l’idrante, indirizzando il getto d’acqua in ogni angolo della cella. Fatto denunciato alla procura competente che, a sua volta, ha reputato di archiviare perché non ha intravisto alcun reato. Questa è la dimostrazione che gli agenti, agendo in buona fede, non corrono alcun rischio.









