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di Alessandra Codeluppi

Il Resto del Carlino, 14 febbraio 2025

I fatti del 3 aprile 2023, dieci agenti di polizia penitenziaria accusati anche di lesioni e falso. La cognata della vittima: “Era assicurato nelle mani dello Stato, tutto questo non è accettabile”. “Quello che è successo mentre era detenuto in una struttura penitenziaria italiana, e quindi assicurato nelle mani dello Stato, non è accettabile”. Sono le parole della cognata del giovane detenuto tunisino che il 3 aprile 2023 subì un pestaggio all’interno del carcere di Reggio Emilia: lunedì 17 febbraio davanti al giudice dell’udienza preliminare Silvia Guareschi è prevista la sentenza per dieci agenti della polizia penitenziaria accusati a vario titolo di tortura, lesioni e falso. La Procura, con il pubblico ministero Maria Rita Pantani, ha chiesto condanne fino a cinque anni e otto mesi per gli imputati. Il detenuto fu incappucciato con una federa stretta al collo, sgambettato, denudato e picchiato con calci e pugni, anche quando era in terra, e calpestato. Poi fu portato in cella, nuovamente picchiato e lasciato nudo dalla cintola in giù per più di un’ora. Tutto è stato documentato da un video delle telecamere interne al carcere.

“Il racconto di ciò che ha provato ci ha sconvolto ancora più del video che abbiamo visto - continua la donna -. Vogliamo sia fatta giustizia, per lui, per chi ancora ad oggi subisce trattamenti di questo genere e credo, da cittadina italiana, anche per tutti quegli operatori che all’interno di quella struttura, così come in altre, lavorano ogni giorno in maniera idonea, impeccabile e rispettando le regole”. Quando il filmato, agli atti dell’inchiesta, venne diffuso dai media, un anno fa, il ministro della Giustizia Carlo Nordio disse di provare “sdegno e dolore per immagini indegne di uno Stato democratico”.

“Dopo un anno chiediamo che non cali l’attenzione. La sentenza di lunedì deve essere da monito per chi indossa quella divisa - aggiunge -. Come ho detto deve servire anche per chi lavora in modo corretto, siamo convinti che la maggioranza degli agenti penitenziari non operino in quel modo e sappiamo che fare quel mestiere non è facile”.

“Noi crediamo nelle forze dell’ordine e nel loro lavoro, non vogliamo attaccare le istituzioni, anzi ringraziamo la Procura e tutti quelli che ci hanno ascoltato e supportato in questi mesi - prosegue la parente del detenuto, parte civile, assistito dall’avvocato Luca Sebastiani. Ma denudare, incappucciare e picchiare una persona in quel modo non può essere giustificabile”.