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di Alessandra Codeluppi

Il Resto del Carlino, 2 novembre 2025

Da tre anni ha competenza sui detenuti di Reggio, Parma e Piacenza: “In media 48 nuovi fascicoli al giorno”. “Grave carenza di personale amministrativo”. È il motivo, scritto nero su bianco in un ordine di servizio datato 16 ottobre, che ha indotto il magistrato di sorveglianza Marco Bedini a indicare “criteri di priorità” sul lavoro, “preso atto - si legge - dell’impossibilità di assicurare la tempestiva ed efficiente lavorazione della crescente mole di procedimenti”.

Bedini, 34 anni, reggiano, è al suo primo incarico dal dicembre 2022 nell’ufficio di sorveglianza con sede nel “palazzo nuovo” attiguo al tribunale. Nella sede di via Paterlini al momento lavorano lui e due colleghe che hanno competenza per le decisioni sull’intera popolazione carceraria di Reggio (più chi è alla Rems), di Parma e di Piacenza, nonché su chi è sottoposto a misura altenativa o di sicurezza in queste tre città, o agli arresti domiciliari “esecutivi” (quando diventa definitiva la sentenza nel merito).

Di Reggio si occupano lui e Silvia Costantini, di Piacenza Bedini ed Elena Banchi, di Parma tutti e tre. Le competenze principali di questi magistrati includono le decisioni sulle istanze dei detenuti in materia di benefici e di reclami, la vigilanza sull’organizzazione degli istituti penitenziari, la gestione delle misure alternative e quelle di sicurezza.

 Giudice, qual è la situazione del personale amministrativo?

“Aumentano non solo i flussi di istanze in entrata, ma anche le persone da seguire, mentre la previsione di pianta organica per i lavoratori della cancelleria è rimasta ferma a prima del 2010. Quella dei magistrati, invece, è stata portata da 2 a 5, numero a cui si è arrivati nel 2024. L’arretrato è stato molto abbattuto, ma avere più magistrati significa più lavoro per la cancelleria nelle fasi di istruttoria ed esecuzione dei provvedimenti. Al momento siamo tre magistrati, altri due arriveranno in dicembre”.

 Quali figure mancano?

“A oggi il direttore amministrativo è distaccato in un’altra sede; in settembre una delle due funzionarie è andata in pensione, un assistente giudiziario è a tempo pieno, un altro lo sarà da novembre, ma sono rimasti in due a causa della recente morte di una figura. Questi operatori sono gli unici che possono fare assistenza in udienza e depositare i provvedimenti; sul funzionario e sull’assistente full time gravano anche le attività amministrative. Abbiamo poi tre operatori giudiziari, un conducente automezzi e due unità di polizia penitenziaria”.

 Quanti procedimenti dovete seguire?

“Nell’ultimo anno giudiziario (giugno ‘24/giugno ‘25) risultavano 11.626 procedimenti. Significa che in ogni giorno lavorativo arrivano in media 48 nuove iscrizioni, talvolta di particolare impegno come l’accertamento della pericolosità sociale di una persona destinataria di misura di sicurezza per mafia o gravi reati. Per quest’anno a oggi risultano 9.958 procedimenti. È un carico che in termini assoluti non è dei più gravosi, se ad esempio paragonato a quelli della Procura, ma lo è rispetto all’organico ridotto e che di recente si è assottigliato con la perdita di due figure”.

 Quanti sono i detenuti delle tre città?

“Al 30 giugno 2025 il totale era di 1.637. A Reggio, i detenuti erano 316, di cui 21 donne e 29 nella sezione tutela salute mentale (perché hanno sviluppato problemi psichiatrici dopo il reato). Qui il 43,5% è di origine straniera e 42,7% ha problemi di droga. A Parma i detenuti erano 784. Di questi 62 sono al 41 bis; 239 in “alta sicurezza 3” (criminalità organizzata o associazione finalizzata al traffico di droga) e 34 in “alta sicurezza 1” (ex 41 bis). Stanno invece in media sicurezza 449 persone. Risultano 311 stranieri e 276 con problemi di tossicodipendenza. A Piacenza erano 537 e nell’ultimo anno sono aumentati di 82 sul totale. Gli stranieri sono il 70% e il 50% senza fissa dimora”.

 Ai 1.637 detenuti si affiancano poi i ‘liberi’...

“Seguiamo 1.604 persone in esecuzione di misura alternativa (affidamento in prova, ai domiciliari, in semilibertà). Se ne aggiungono 94 in libertà vigilata”.

 Quali caratteristiche accomunano gli istituti penitenziari emiliani?

“Ho preso in carico il carcere di Reggio da ottobre, prima mi occupavo di Parma e Piacenza. Il tratto comune dei tre istituti è la loro grande variabilità. Ad esempio Reggio ha sia la sezione circondariale (detenuti in attesa di giudizio, in corso di giudizio e condannati sino a 5 anni), sia quella di reclusione (condannati in primo grado all’ergastolo e detenuti con fine pena superiore ai 5 anni), più la sezione femminile comune per mogli di collaboratori di giustizia, una per detenute transgender e le articolazioni per tutela della salute mentale”.

 È d’attualità l’emergenza dei suicidi in carcere. Quali strumenti avete per captare le persone con possibile fragilità?

“Visite in carcere e verifica di situazioni specifiche. Da un lato occorre la prevenzione: vanno evitate situazioni di emarginazione e mantenuti i rapporti con le famiglie. Dall’altro serve la vigilanza per individuare evoluzioni non volute di atti dimostrativi che accompagnano talvolta le richieste all’amministrazione penitenziaria. L’osservatorio regionale permanente sulla sanità penitenziaria - di cui siamo componenti io e Letizia De Maria della Sorveglianza di Bologna - ha adottato un protocollo per la gestione del rischio suicidario che deve tenere conto delle diversità dei detenuti e della situazione del personale”.

 Quali reclami ricevete più spesso dai detenuti e quali diritti risultano più violati?

“Ho accolto alcuni reclami dal 41 bis o dall’alta sicurezza per contatti coi familiari mediante videocolloqui; o relativi alla manutenzione delle celle, mancata erogazione di acqua calda, presenza di muffa, al trasferimento da altri istituti o al mancato accoglimento di una richiesta per avvicinarsi ai parenti o per motivi di avoro; oppure sulla collocazione dai circuiti di alta sicurezza alla sezione comune”.

 Il sistema penitenziario non riesce spesso a rieducare come richiesto dalla Costituzione: c’è chi rimane eternamente nel circuito reato-condanna senza essere recuperato nella società. Cosa si può fare in più?

“Intanto bisogna capire quali reati il detenuto ha commesso, quali potrebbe commettere di nuovo e i fattori alla base della reiterazione. Il trattamento in carcere e anche fuori deve rispondere ai bisogni del detenuto e incoraggiare le sue competenze per il reinserimento sociale. Servono ad esempio più educatori: a Piacenza risultano 80 detenuti in più nell’ultimo anno, ma non vi è stato lo stesso aumento di personale per fare l’osservazione al trattamento”.