di Valentina Reggiani
Il Resto del Carlino, 17 maggio 2026
A lanciarlo è l’associazione Yairaiha Ets per il detenuto scandianese, che si trova ricoverato in una situazione sanitaria critica. Marco è una persona gravemente malata, oggi ricoverata in ospedale in regime detentivo, con condizioni cliniche estremamente serie e già più volte ritenute incompatibili con il carcere. Secondo i sanitari che lo hanno in cura, l’attuale gestione con piantonamento fisso starebbe rendendo più difficile una presa in carico sanitaria adeguata. Prima ancora della custodia, dovrebbe contare il diritto di una persona gravemente malata a essere curata in modo dignitoso e adeguato”.
È questo l’appello che parte dall’associazione Yairaiha Ets nei confronti di un detenuto di 48 anni, originario di Scandiano - nel reggiano- Marco Leandro Bonadavalli, affetto da una situazione sanitaria estremamente grave e complessa, già più volte ritenuta incompatibile con il regime carcerario. L’uomo, infatti, da anni soffre di numerose patologie importanti: esiti di interventi allo stomaco, dumping syndrome, neuropatie, vescica neurologica con necessità di cateterizzazione permanente. L’associazione fa presente come, dopo il rigetto del Tribunale di Sorveglianza di Bologna del 9 aprile 2026, le condizioni di Bondavalli continuano a peggiorare.
“L’art. 11 dell’Ordinamento Penitenziario prevede che, nei casi in cui non vi sia pericolo di fuga, il detenuto ricoverato possa anche non essere sottoposto a piantonamento durante la degenza ospedaliera - sottolineano. E allora diventa difficile comprendere quale concreto pericolo possa rappresentare oggi Marco nelle sue condizioni: una persona tra sepsi, infezioni sistemiche, continui ricoveri, cateteri e un quadro sanitario che continua ad aggravarsi. Chiediamo che venga messa al centro, prima di tutto, la tutela della sua salute e che i medici possano finalmente curarlo nelle condizioni più adeguate possibili”. L’appello in tal senso parte anche dalla famiglia: “Ci appelliamo affinchè ottenga lo spiantonamento che chiedono i dottori del reparto infettivologico, cosa che in questo momento non è perché si trova nelle celle carcerarie di un altro reparto e i dottori trovano difficoltà nel soccorrerlo - spiega la famiglia. Le sue condizioni sono gravi e un intervento immediato e tempestivo potrebbe salvargli la vita. È soggetto a shock settico multiorgano e, nel caso di intervento tardivo, morirebbe. Le nostre richieste di spiantonamento - denunciano - sono sempre cadute nel dimenticatoio, nell’indifferenza”. L’uomo era stato ammesso alla detenzione domiciliare per motivi sanitari, con prescrizioni molto rigide sugli spostamenti e sull’accesso alle cure. L’associazione fa presente come a quel punto emerga una delle principali contraddizioni della sua vicenda.
“A Marco era stato imposto di rivolgersi alle strutture sanitarie di Scandiano o Reggio Emilia. Tuttavia, nella pratica, tali strutture non risultavano in grado di gestire una situazione sanitaria così complessa: il presidio di Scandiano ha un’attività limitata e non garantisce copertura continuativa, mentre a Reggio Emilia Marco non veniva concretamente preso in carico proprio per la complessità del caso. L’ospedale di Ravenna era invece il centro presso cui veniva realmente seguito, con continuità e competenze adeguate, ed era di fatto l’unico vero punto di riferimento per le sue cure. Nel febbraio 2026, a seguito di un peggioramento delle sue condizioni, Marco si era recato al Cau di Reggio Emilia e poi trasferito con urgenza all’ospedale di Ravenna, dove era stato ricoverato. Durante quel ricovero gli era stato però contestato di non essere rientrato al domicilio ma - lo attesta la documentazione medica - risultava ricoverato. Il 12 marzo 2026 è stato sottoposto a intervento di denervazione renale bilaterale e, a pochissime ore dall’intervento, preso in consegna dalla polizia penitenziaria e riportato in carcere per il mancato rientro”, denuncia ancora l’associazione.
Una volta condotto presso il carcere di Ravenna, le sue condizioni risultano immediatamente incompatibili con la detenzione: il medico dell’istituto certifica che il paziente necessita di assistenza sanitaria continua e specialistica, che non è trasferibile in sicurezza e che non è gestibile neppure in istituti dotati di assistenza sanitaria avanzata, segnalando inoltre la necessità di una rivalutazione giudiziaria urgente per tutelarne la salute. Marco viene quindi riportato in ospedale. Successivamente viene disposto il trasferimento presso il centro clinico del carcere di Piacenza, dove anche il medico dell’istituto conferma l’incompatibilità con il regime detentivo. Anche a Piacenza, quindi, Marco viene trasferito in ospedale perché non gestibile all’interno dell’istituto penitenziario. Nonostante tutto questo, il 9 aprile 2026 il Tribunale di Sorveglianza di Bologna rigetta la richiesta di detenzione domiciliare, ritenendo compatibili le condizioni di salute con il regime detentivo e indicando come possibile soluzione l’inserimento in una sezione Sai (Servizio di Assistenza Intensificata) del Dap.
Una valutazione che appare difficilmente conciliabile con quanto scritto dagli stessi medici che hanno preso in carico Marco, i quali avevano già evidenziato come il paziente non risultasse gestibile neppure in strutture penitenziarie sanitarie avanzate. Inoltre, nelle precedenti detenzioni, le stesse strutture Sai avevano già ritenuto il caso di Marco eccessivamente complesso sotto il profilo clinico. Nonostante questo, il Tribunale ha nuovamente indicato tale soluzione, ma a questa ulteriore richiesta il Dap non avrebbe fornito alcun esito concreto”. La famiglia fa presente come il detenuto debba tra l’altro rispettare una dieta particolarmente rigida e come questo, al momento, gli risulti impossibile. “Marco non può certo tornare in cella - continuano i familiari - a meno che non decida di rifiutare le cure”.











