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di Damiano Aliprandi

 

Il Garantista, 21 gennaio 2015

 

La struttura emiliana è in abbandono: bagni luridi, cibo in piatti sporchi, persino un ricoverato senza gambe che mangia per terra come i cani. Aveva passato la mattinata con lo psichiatra e lo psicologo, poi ha pranzato e si è accasciato a terra.

Venne notato riverso a terra dentro la sua cella dal personale dell'Opg dove era rinchiuso e dai medici che quel giorno erano in struttura perché si stavano recando da un altro internato. Gli praticarono le prime manovre rianimatorie. Poi, chiesero l'intervento del 118. Ma nulla da fare: quel maledetto 12 gennaio del 2013, il ragazzo era morto.

È la tragica storia di Daniele De Luca, un ragazzo romano di 29 anni internato all'ospedale psichiatrico giudiziario perché era affetto da schizofrenia paranoide. Una patologia che lo rendeva violento e aggressivo. I suoi genitori non poterono altro che denunciarlo per maltrattamenti, sperando che potesse essere quello un modo per salvarlo.

E questa la vicenda giudiziaria che lo fece invece finire in comunità e ospedali psichiatrici da un capo all'altro dell'Italia, fino al suo arrivo, nell'ottobre 2012, all'Opg di Reggio Emilia. I genitori però non lo abbandonarono mai. "Lo venivamo a trovare spesso. L'ultima volta, il giorno prima della Befana" confida il padre. Il 12 gennaio 2013, però, accadde la tragedia. E stato l'esame autoptico a chiarire le cause del decesso: asfissia.

Il medico legale incaricato dalla procura, la dottoressa Barbara Collini, in sede di autopsia trovò la causa dell'asfissia: un pezzo di carne di 10 centimetri per 6. Partì un'inchiesta giudiziaria a carico dì ignoti per accertare varie responsabilità, ma un anno fa ci fa la richiesta di archiviazione alla quale i genitori della vittima si opposero. Troppe cose non quadrano. A partire proprio dalla dieta alimentare riservata a Daniele.

"Il giovane era quasi completamente senza denti e i farmaci che prendeva provocano ovviamente problemi alla masticazione e alla deglutizione - fa notare l'avvocato della famiglia Rossi Albertini. Una bistecca evidentemente non era adatta alla sua condizione. E le "Linee guida nazionale per la ristorazione ospedaliera ed assistenziale" riportano che in caso di pazienti con disturbi del genere e necessario prevedere a cibi adeguati". Ma c'è anche un altro punto oscuro da chiarire. La famiglia - attraverso una approfondita relazione redatta dal perito di parte - espone dubbi anche sulla correttezza delle manovre di soccorso prestate al giovane.

Ci si domanda come mai non si siano accorti di un pezzo di carne in gola di quelle dimensioni. Se l'avessero rimosso, molto probabilmente il ragazzo poteva essere salvato. Per far luce su tutte queste anomalie, il giudice delle indagini preliminari, un anno fa, ha respinto la richiesta di archiviazione e ha chiesto ulteriori accertamenti. Nel frattempo sono passati due anni dalla morte di Daniele, e i familiari attendono ancora giustizia e verità.

Ma in quale situazione è maturata la morte del ragazzo? In una struttura infernale e da denuncia. A dirlo è don Daniele Simonazzi, esattamente il cappellano del carcere psichiatrico di Reggio Emilia. Il sacerdote non ha peli sulla lingua e fa una descrizione allucinante della struttura: il 70% dei servizi igienici è incrostato, tubature in evidente degrado, vestiti sporchi, vetri mai puliti, mancano detersivi e saponi, viene servito il cibo nei piatti sporchi del giorno prima, per non parlare di un ricoverato senza gambe che mangia per terra ("Come i cani...").

Il perché è presto detto: "Manca coordinamento fra la parte amministrativa e quella sanitaria dell'opg - spiega il sacerdote - con accuse reciproche. Dei cinque settori in cui è diviso l'Opg, uno è seguito dagli agenti penitenziari, gli altri quattro dall'Asl, Eppure non ho mai visto i dirigenti dell'Asl venire a vedere di persona cosa accade nella struttura. Il 50% delle celle fanno schifo! Ma tanto prima o poi lo chiudono. E, senza risorse, si va avanti grazie alla buona volontà degli operatori, ma c'è tanta frustrazione fra il personale".

Nel frattempo ancora rimane il dubbio - e più passa il tempo diventa sempre più concreto - se gli Opg verranno chiusi entro il 31 Marzo. La legge parla chiaro: o le regioni provvedono a chiudere le strutture entro tale data, oppure arriva il commissariamento. Ma si potrebbe prospettare anche una terza ipotesi che creerà forte imbarazzo alle istituzioni e al futuro presidente della Repubblica: l'ennesima proroga. Nel frattempo gli internati continuano a vivere negli Opg. Abbandonati, prigionieri e non di rado lasciati morire.