La Gazzetta di Reggio, 21 gennaio 2015
Sono sei gli ospedali psichiatrici giudiziari in Italia, più noti come Opg. Uno dei sei si trova a Reggio Emilia. Da anni, si parla della chiusura di queste strutture, del tutto inadeguate a gestire in modo adeguato i reclusi. A fine marzo ci sarà l'ennesima scadenza e, con ogni probabilità, l'ennesimo rinvio.
Una volta chiusi, i "manicomi criminali" - perché di questo si tratta - dovrebbero lasciate spazio alle Rems, residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza. Ogni Regione è chiamata a creare e gestire le proprie Rems, per gestire in loco gli ex reclusi. I quali, di fatto, passano dal ministero della Giustizia a quello della Salute, dallo Stato alle Regioni. Una serie di gravissimi fatti accaduti all'Opg di Reggio Emilia ha riacceso i riflettori su questa vergogna d'Italia, che qui proviamo a raccontarvi.
"È da due anni che mio figlio è morto. Io aspetto ancora di sapere la verità e che venga fatta giustizia". Michele De Luca, 52 anni, è il padre di Daniele: un ragazzo di 29 anni di Roma quartiere Tor Bella Monaca, internato all'Opg di Reggio e morto in cella il 12 gennaio 2013 soffocato da un pezzo di bistecca.
È una storia dolorosa quella che racconta l'uomo. La storia di un padre e di una madre, che per anni hanno dovuto fare i conti con la difficile malattia del figlio: una schizofrenia paranoide che era capace di farlo diventare violento, aggressivo. Una lotta quotidiana che li aveva esasperati al punto che un giorno la donna, all'ennesima aggressione, aveva denunciato il figlio per maltrattamenti. Sperando che potesse essere quello un modo per salvarlo. È questa la vicenda giudiziaria che lo fece invece finire in comunità e ospedali psichiatrici da un capo all'altro dell'Italia, fino al suo arrivo, nell'ottobre 2012, all'Opg di Reggio. I genitori però non lo abbandonarono mai.
"Lo venivamo a trovare spesso. L'ultima volta, il giorno prima della Befana" confida il padre. Quel maledetto 12 gennaio 2013, però, successe qualcosa. È il legale della famiglia, l'avvocato Flavio Rossi Albertini, a raccontare: "Daniele viene notato riverso a terra dentro la sua cella da personale dell'Opg e medici che sono quel giorno in struttura perché si stanno recando da un altro internato. Gli praticano le prime manovre rianimatorie. Poi, chiedono l'intervento del 118".
Fu il personale medico di Reggio Soccorso a rilevare che Daniele aveva un primo pezzo di carne in bocca e a rimuoverlo. Poi, nonostante i tentativi di rianimazione, il 29enne morì. È stato l'esame autoptico a chiarire le cause del decesso: asfissia. E il medico legale incaricato dalla procura, la dottoressa Barbara Collini, a rilevare e a rimuovere in sede di autopsia un "bolo carneo in regione sovraglottica": un pezzo di carne, dunque, la bistecca del pasto appena consegnato, di dimensioni 10 centimetri per 6.
L'inchiesta per omicidio colposo a carico di ignoti, coordinata dal sostituto procuratore Valentina Salvi, un anno fa è arrivata a una richiesta di archiviazione. A cui, però, il legale della famiglia si è opposta. "Per noi esistono invece più profili di responsabilità" evidenzia l'avvocato Rossi Albertini.
A partire da una questione: la dieta alimentare riservata a Daniele. "Il giovane era quasi completamente senza denti e i farmaci che prendeva provocano ovviamente problemi alla masticazione e alla deglutizione - fa notare - Una bistecca evidentemente non era adatta alla sua condizione. E le "Linee guida nazionale per la ristorazione ospedaliera ed assistenziale" riportano che in caso di pazienti con disturbi del genere è necessario prevedere a cibi adeguati". In modo, dunque, che non rischino di soffocare solo per colpa di un grosso pezzo di bistecca.
Ma la famiglia attraverso una approfondita relazione redatta dal perito di parte, il dottor Natale Mario di Luca, espone dubbi anche sulla correttezza delle manovre di soccorso prestate al giovane. "Come è possibile che non si siano accorti di un pezzo di carne in gola di quelle dimensioni? Senza la sua rimozione ogni tentativo di rianimazione si è rivelato vano: non passava aria. Noi riteniamo che non tutto sia stato svolto correttamente" conclude Rossi Albertini.
Il giudice per le indagini preliminari, un anno fa, ha respinto l'archiviazione rimandando al pubblico ministero ulteriori accertamenti: chiarire chi dovesse decidere la dieta alimentare dell'internato, un approfondimento sulle linee guida alimentari e ha chiesto di sentire il personale del 118 intervenuto. "Ho pensato anche di venire a Reggio, di incatenarmi. Son due anni che aspettiamo la verità. Per Daniele e per gli altri ragazzi internati" conclude il padre.










