di Alessandra Codeluppi
Il Resto del Carlino, 2 novembre 2025
Il 39enne con problemi di dipendenza si spense alla Pulce nel 2022 per “un’intossicazione acuta da metadone”. Ebbe un’esistenza travagliata, Giuseppe Convertino: usava droghe e alcol, faceva furti soprattutto per pagarsi le sostanze e aveva avuto altri guai con la giustizia. Lui morì a 39 anni, il 10 aprile 2022, nel carcere di Reggio, dov’era arrivato il giorno prima. Non emersero segni di violenza, ma la famiglia intese dare avvio a un iter per fare luce sul decesso, chiedendo che fosse eseguita l’autopsia: a depositare l’esposto in Procura fu l’avvocato Angelo Russo, che difese Convertino negli svariati procedimenti penali che lo coinvolsero nel tempo e che ha assistito i suoi parenti nella fase iniziale dell’inchiesta sulla morte.
Nel frattempo l’indagine, ora seguita dal pubblico ministero Stefano Finocchiaro (nella foto), si è conclusa: è stato chiesto il rinvio a giudizio per un medico e un’infermiera, accusati di omicidio colposo, in cooperazione, nell’esercizio dell’attività sanitaria; per loro è stata fissata l’udienza preliminare in novembre.
Dall’autopsia è emerso che il 39enne morì per edema polmonare emorragico dovuto a un’insufficienza respiratoria: emerse un’intossicazione acuta da metadone. Secondo la ricostruzione accusatoria, il medico gli avrebbe prescritto una terapia metadonica con dose iniziale di 100 milligrammi, “macroscopicamente errata perché enormemente superiore alle linee guida sul trattamento della dipendenza da oppiacei, pubblicate dall’Oms nel 2009”: secondo queste indicazioni, “la dose iniziale di metadone non deve superare i 20 milligrammi, a eccezione dei casi di maggiore tolleranza e anche allora non deve andare oltre i 30 milligrammi”.
Il pm rileva anche altre “difformità” rispetto a quanto previsto sulla terapia metadonica dai protocolli interni del carcere reggiano nel 2013 e in vigore nel 2022. Si contesta “l’errata procedura di visita” a Convertino “quale nuovo arrivato nel penitenziario”: il dottore avrebbe fatto “una diagnosi sbagliata” quale assuntore di buprenorfina (subutex), “fondata solo su quanto riferito dal detenuto e non accertata tramite una visita che includesse anche esami tossicologici, nemmeno fatti in forma rapida (stick) bensì solo prescritti con urgenza entro 30/60 giorni” e, secondo la Procura, “omettendo pure il confronto con lo specialista tossicologo del carcere”.
Non essendo stato possibile contattare il Sert per avere conferma che il 39enne fosse in carico, il medico “avrebbe dovuto fare un’anamnesi tossicologica mirata a riscontrare l’uso di oppioidi, il quantitativo assunto ed eventuali sintomi riferibili a sindrome da astinenza”. Poi, solo dopo l’eventuale conferma sul consumo, il dottore “avrebbe potuto proporre la terapia farmacologia sostitutiva con metadone e, in caso di accettazione, fargli firmare il consenso informato al trattamento, adempimento che fu omesso”. All’infermiera si contesta che a causa di “gravi condotte colpose”, l’overdose del 39enne “non fu rilevata in tempo” e “fu impossibile intervenire in tempo con somministrazione di ossigeno, ventilazione assistita e naloxone che ne avrebbero impedito il decesso”. Misurando i parametri vitali, avrebbe rilevato una saturazione del 92% “annotandola sulla cartella clinica del paziente in modo inadeguato”; nonostante la depressione respiratoria avrebbe “omesso” di verificarne la causa, di ripetere l’accertamento e di osservare o far osservare il paziente; nonché di aver trascurato di controllare la sua saturazione al momento di ingresso in carcere prima di prendere il metadone (il giorno precedente sarebbe stata nella norma) e di segnalare il tutto al turno successivo. La madre del 39enne è ora tutelata dall’avvocato Pasqualino Miraglia. L’infermiera è difesa dall’avvocato Paolo Nello Gramoli, che al momento preferisce non rilasciare dichiarazioni; il medico è seguito dall’avvocato Cosimo Zaccaria: “Il mio assistito ha agito con correttezza rispettando gli standard sanitari - afferma il legale -. Dimostreremo la sua assoluta estraneità alle contestazioni”.











