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di Alessandra Codeluppi

Il Resto del Carlino, 4 ottobre 2026

“Era un bravo ragazzo, poi l’arrivo dei problemi”. I genitori e la sorella ieri sorretti dall’affetto della comunità in San Domenico. La garante Bertolini: “È morto sotto la tutela dello Stato, serve più personale”. Nella chiesa di San Domenico si sono riuniti parenti, amici, vicini di casa, conoscenti italiani e stranieri. C’erano i cristiani copti ortodossi come la famiglia dello scomparso Mena Istafanous, ma anche cattolici e musulmani. Al di là delle origini e delle fedi religiose, ieri pomeriggio il dolore di tutti parlava la stessa lingua. Per ore vi è stato un mesto via vai nell’edificio religioso a pochi passi della questura, per abbracciare i genitori del 26enne autore dell’aggressione avvenuta una settimana fa nel distributore di benzina e che venerdì sera si è tolto la vitain carcere. Il padre Maher, in Italia da molti anni, la madre Hanan, la figlia Martina, di 23 anni, sono stati sorretti dall’affetto di tante persone. Per lui ieri sera è stata celebrata anche una messa secondo il culto seguito dalla famiglia.

“Ci sarà tempo per capire, ma mio figlio era un bravo ragazzo” - Il giorno dopo la morte del figlio, il finale più buio di una settimana di enorme tensione, in loro prevalgono non le recriminazioni, non la richiesta di giustizia, ma la sofferenza e la necessità di raccontare chi era per loro Mena: “Ci sarà tempo per capire cos’è accaduto”, ci dice il padre con le lacrime agli occhi. La madre è seduta sorretta dall’abbraccio di due donne, e anche la giovane sorella, affiancata da amiche, appare straziata. “Mio figlio era un bravo ragazzo. Si era diplomato, aveva frequentato Ingegneria per due anni e aveva lavorato come corriere. Si era comprato l’auto, poi un anno fa è successo il problema ed è cambiato tutto”.

Allora, a detta del genitore, il 26enne aveva iniziato a sentirsi perseguitato, ma era una sua percezione: “Diceva che gli sembrava che lo seguissero al lavoro e sui social”. Quest’anno lui è stato sottoposto a cure: “Il medico di base ha consigliato di rivolgersi allo psichiatra che in giugno gli ha prescritto medicine ed è andato al Centro di salute mentale il mese dopo. Era la persona più buona del mondo, ha fatto quello che ha fatto perché non era in sé”, dice il padre. La sorella Martina appare sgomenta: “Aveva fatto l’animatore a Trento, con i bambini, in agosto.

Ed era tornato contento”. Valeria e Valentina Atef sono due giovani amiche dello scomparso: “Siamo cresciute insieme a lui, non c’era un ragazzo più buono”. Anche Silvia Galeotti vuole consegnare un ricorso: “Sono la loro vicina di casa da quando erano bambini. Ci siamo sempre aiutati e la loro famiglia lo è anche per noi”. Una volta dato il nulla osta dalla Procura dopo l’autopsia, “i funerali - fa sapere il padre - saranno celebrati qui a Reggio, nella nostra chiesa”.

Intanto Francesca Bertolini, garante comunale dei detenuti, riflette: “La morte di questo ragazzo è un fallimento per tutti, in particolare per ciò che non si è riuscito a fare per lui prima che entrasse in carcere, cioè intercettare il suo disagio. A volte mancano gli strumenti per convincere chi ha problemi a essere seguito. La malattia mentale è ancora uno stigma”. Una volta in carcere, la disperazione può cogliere tutti: “Andrà acclarato se Mena dovesse essere guardato a vista. Purtroppo la carenza di polizia penitenziaria, a Reggio e non solo, non aiuta.

Mi è stato riferito che lui appariva tranquillo, non piangeva, non urlava e mangiava regolarmente. Servirebbe maggiore personale medico-sanitario, come psichiatri, psicologi, educatori capaci di intercettare segnali di disagio che possono insorgere anche in chi non ha problemi ma può diventare depresso quando viene ristretto in un luogo chiuso come il carcere. Come spesso diciamo noi garanti, è morto dove si trovava sotto tutela dello Stato e dove una persona dev’essere protetta anche da sé stessa e dai suoi pensieri”.