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di Alessandra Codeluppi

Il Resto del Carlino, 6 luglio 2024

Sono proseguiti ieri gli interrogatori, davanti al giudice Silvia Guareschi, degli agenti accusati a vario titolo di tortura, lesioni, falso nelle relazioni, verso un detenuto tunisino 44enne, fatto datato 3 aprile 2023, e ora a processo con rito abbreviato. Un agente semplice di 27 anni, difeso dagli avvocati Carlo De Stavola e Pierfrancesco Rossi, insieme ad altri tre, è accusato di averlo “sollevato di peso, dopo averlo denudato degli indumenti, afferrandolo dalla parte della federa, per poi condurlo nella cella di isolamento”. Poi insieme ad altri due, gli si contesta di “averlo colpito, senza cappuccio, con calci e pugni, per poi lasciarlo nudo dalla cintola in giù per oltre un’ora nonostante si fosse autolesionato”. Lui era addetto alla sezione ‘Spiraglio’, quella dell’isolamento.

“Fui avvertito di un’urgenza, sentii urla, mi avvicinai e vidi gli agenti che lo stavano trattenendo col volto a terra coperto da un tessuto. Ebbi l’indicazione di aiutare un collega a togliergli i pantaloni perché c’era il sospetto che lui avesse lamette. Così lo portammo in isolamento, dove il detenuto oppose resistenza”. Avrebbe denudato il tunisino, ma lui ha giustificato così la sua condotta: “Quando si tolgono i pantaloni, si levano anche le mutande per controllare che non nasconda oggetti pericolosi. Se un detenuto è collaborativo, lo si fa spogliare spontaneamente. Ma lui era a terra e contenuto”. Ha negato di aver assistito a violenze fisiche: “C’erano alcuni colleghi e le telecamere: non mi sono posto il problema che ci fossero irregolarità. Ho avuto la percezione che fosse una situazione urgente e grave”.

È stato sentito anche un poliziotto 51enne, difeso dall’avvocato Nicola Tria, a cui si contestano diverse azioni. Insieme a un altro, “pugni al volto mentre lo portavano isolamento”; averlo fatto cadere a terra con uno sgambetto; poi di aver colpito, con altri due, il detenuto quand’era a terra incappucciato con una federa, dandogli schiaffi, pugni e calci. Con quattro colleghi, avergli torto il braccio dietro la schiena ed essergli saliti con le scarpe sulle gambe. “Ognuno dei tre imputati sentiti - dichiara Tria - ha chiarito la propria posizione rispetto a un’operazione che fu loro ordinato di eseguire, cioè accompagnare il detenuto in isolamento: si trattava di una sanzione disciplinare disposta dal direttore del carcere. Il suo comportamento aggressivo richiese un contenimento energetico e l’uso della forza”.

Parola anche a un altro agente 50enne, assistito dall’avvocato Alessandro Conti, che avrebbe partecipato alla fase in cui fu preso il braccio al detenuto e gli salirono sulle gambe. “Ha chiarito in modo fermo e corretto la sua posizione rispetto a un intervento d’urgenza - afferma Conti -. La sua versione contrasta con quella della parte civile, ma è logica e coerente”.