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di Christian Donelli

parmatoday.it, 7 ottobre 2025

Una donna, della mia stessa età, mi parla seduta ad un tavolino in un locale all’aperto. Reggio Emilia che finalmente ha ripreso a respirare dopo il caldo rovente dell’estate emiliana. Intorno a noi giovani studenti con l’espressione piacevole di chi ha tempo e non ha orizzonti vicini. Da diverso tempo questa madre mi chiedeva un incontro, la proposta è stata quella di vederci vicino al suo luogo di lavoro. Si presenta minuta, un corpo asciutto, muscoli nervosi allenati da una carriera umile nel mondo delle pulizie. Parla in modo preciso come chi ha per molte volte ripetuto a se stessa la triste vicenda che le ha spezzato la vita. Il racconto diventa una litania consolatoria fatta di date, fatti, nomi del personale del vicino carcere della città. Il figlio, uomo adulto, è morto in carcere tre anni fa.

Quanto è successo si apprende alla fine di una lunga indagine della Procura presso il Tribunale di Reggio Emilia che ha deciso il rinvio a giudizio di un medico e di una infermiera. Questi sono i fatti. È sera. L’uomo si trova rinchiuso in cella. È giunto in carcere il giorno precedente ed ha una crisi di astinenza. Serve metadone. La ricostruzione degli inquirenti determina che ne somministreranno 100 milligrammi, una dose fuori portata per quel corpo debilitato e dipendente, senza droga nel sangue da troppo tempo, chiuso in una cella che da li a poco diventerà il suo avello, il pavimento il sudario del suo corpo madido di sudore. Oggi un medico ed una infermiera dovranno difendersi e dimostrare che non fu un errore. La madre dovrà difendere il figlio, che non c’è più, di cui oggi non rivendica altro che il dimostrare che la sua vita è stata piena di errori ma l’ultimo di questi, quello definitivo, non è lui imputabile.

“Dare una dignità a una morte inattesa e ingiusta” - È la frase che mi sento ripetere più spesso da chi ha perso un congiunto detenuto, caduto nel fronte delle galere del Paese, quando chiedono di incontrarmi. Nella regione sono 30 i detenuti morti lo scorso anno, di questi 9 sono suicidi, il resto decessi che a volte mascherano un possibile suicidio. Non sempre il suicidio è palese: il decesso può derivare da un’overdose di farmaci o di alcol, oppure sopraggiungere a seguito di una malattia che ha lentamente consumato la vita del paziente detenuto che, come chi annaspa senza aria nei polmoni, questi si dibatte e si rivolge al magistrato di sorveglianza per chiedere la sospensione della pena, poiché le restrizioni del carcere gli impediscono di curarsi. 

Quello della sospensione della pena è un meccanismo che si inceppa molto spesso e la concessione, in questi casi, è in proporzione meno frequente quando maggiore è lo spessore criminale del paziente detenuto. Una sorta di irrazionale limite, inatteso ospite, alla scienza medica: la sicurezza e l’interesse del mantenimento dell’ordine e della sicurezza vince anche la diagnosi medica più feroce e con esito mortale. Lascio questa madre con la promessa di rivederci presto. Mentre ci salutiamo penso che nella nostra lingua non esiste un termine al pari di vedova o orfano per un madre che ha perso un figlio. Un vuoto che la cultura non riempirà neppure questa volta, per di più quando è un detenuto ad essere il figlio defunto. 

Il viaggio dal centro di una città ad un carcere dell’Emilia è la solita distesa di rotonde, quartieri residenziali, qualche isola verde qua e là. Non ho ancora imparato a memoria la strada per arrivare all’istituto penale di Reggio Emilia. Colpisce il lungo viale che si percorre abbandonando la strada principale e che porta all’accesso all’area demaniale del penitenziario. Ad uno dei suoi lati sono disposte belle villette costruite nel corso di recenti interventi urbanistici. La voglia di uno spazio moderno, esteticamente piacevole dove fare abitare le famiglie non subisce le sfide del grigio edificio della caserma della polizia penitenziaria e degli edifici della reclusione, anche grazie ai filari di pioppi che schermano l’edilizia comunitaria di un carcere. Solo testimone delle sfide all’edilizia residenziale reggiana di questa parte della città è un cartello posizionato di fronte alle villette e che recita “Ministero della Giustizia - Ospedale psichiatrico giudiziario”. 

Si tratta di un cartello che è rimasto orfano del suo significato da quando il nostro paese si è dotato della Legge n. 81 del 2014 che ha abolito gli OPG, fossa di disperazione che neppure l’anima refrattaria ai cambiamenti dei parlamentari e dei senatori ha saputo tollerare correndo ai ripari abolendo così questi reclusori. Ma tant’è, quel cartello rimane e nessuno lo ha mai rimosso, e la memoria è così forte che la sigla OPG resta presente anche nelle cartelle informatizzate della sanità regionale quando riferite ai pazienti psichiatrici che passano da queste parti. In carcere le identità, soprattutto quando sono quelle di uno dei tanti poteri che investono la vita dei detenuti, sono dure da superare. 

Visito l’istituto per fare una verifica sulle condizioni di detenzione di un giovane detenuto magrebino. La segnalazione proviene dalla madre che mi ha fatto un lungo elenco di problemi che riguardano questo suo figlio che incontro in un piccolo ufficio non lontano dal comando, che come in altri istituti di pena, è “tirato” sul numero effettivo degli agenti in servizio ed è quindi considerato saggio collocare questo colloquio dove, nel caso, i poliziotti sono pronti a intervenire. Così vanno le cose in carcere, l’arte di arrangiarsi e di essere estremamente pragmatici sono i pilastri della buona gestione di un istituto penitenziario. Il giovane arriva con un fare da bullo e l’agente che è con lui si lascia andare a una battuta che spezza la diffidenza tra tutti i presenti. Anche questa è una delle arti da apprendere per sopravvivere in carcere. Il “bullo” è entrato da minorenne in carcere, per scontare una condanna molto breve, ma non lo ha mai più lasciato. Dovrà rimanere sino al 2032. Questo giovane magrebino ha accumulato reati su reati in carcere: risse, lesioni, oltraggio e altro ancora hanno sempre più spostato la “festa” del ritorno alla libertà. Entra in carcere da minorenne, oggi ha 26 anni, la condanna lo rimetterà in libertà quando avrà 33 anni ma sul percorso incombono alcuni sospesi penali e forse il futuro riserverà qualche altro rischio. Nike ai piedi e felpa Adidas con i colori di una squadra di calcio che non riconosco. 

Sull’onda lunga della battuta del poliziotto si definisce “maranza”, è la sua identità, anche lui ritiene di avere un potere. Ne avrà parecchio bisogno perché il sistema penitenziario non gli offrirà mai una via alternativa a quella di piegarsi alla forza educate della sottrazione del tempo. È una lotta impari e lui, imprigionato in un sistema che gli impedisce di crescere soccomberà, invecchiando in un carcere dai cui uscirà con le mani vuote. Pochi giorni dopo la lunga chiacchierata e il mio tentativo di trovare una mediazione con la direzione, solo in parte raggiunta, questo “maranza” verrà trasferito in un altro carcere in quanto anche qui ritenuto un “problema” per l’ordine e la sicurezza dell’istituto. Questo tipo di trasferimento, ce ne sono diverse centinaia all’anno complessivamente in Emilia-Romagna, rappresenta una strategia dell’amministrazione, attuata quando nei confronti di un detenuto sono falliti tutti i tentativi di dialogo oppure quando il ristretto si è reso autore di fatti gravi contro altri reclusi o contro il personale dell’istituto. 

Non esiste però nessuno studio che dimostri l’efficacia di questa tradizione penitenziaria che assume, purtroppo, la dimensione della punizione proprio perché non suffragata da un risultato in linea con il senso della pena, se non quello di sfiancare il detenuto, in attesa che l’effetto sedante derivato dalla sottrazione del tempo abbia il suo effetto. 

Prima di lasciare l’istituto, dopo questo ennesimo fallimento, percorro il lungo corridoio che separa il comando dalla sezione per persone transessuali. Si tratta di una piccola sezione che ospita un gruppo ristretto di trans. Nel percorso incrocio la direttrice. La conosco da parecchi anni e la ricordo quando alla metà degli anni ‘90 prese servizio a Parma con l’incarico di vicedirettrice. Era una giovane donna ancora lontana dai 30 anni. È ancora bella, oggi diventata madre di una donna. La trovo con dei fogli in mano con a fianco un detenuto che ha un corpo enorme, pieno di tatuaggi, uno di questi corre lungo il sopracciglio destro con la scritta “revenge rabbia dentro”. Conversano tranquillamente e sento che il corpulento detenuto ringrazia la direttrice per quello che ha fatto con lui. 

Si tratta di un uomo con un passato molto complicato, fatto di malattia psichiatrica e di troppi episodi di aggressione e oggi, invece, ha trovato un equilibrio tra gli effetti dell’erosione del tempo che passa e la forza del riscatto. Io e la direttrice ci salutiamo con un cenno del viso, sarà facile incrociarla di nuovo in un corridoio dell’istituto perché lei gira sempre e parla con grande facilità con i detenuti di cui conosce le pieghe delle loro vite. 

Nella sezione riservata alle detenute trans, un piccolo ghetto - La sezione delle persone transessuali è un altro piccolo ghetto. Poche persone in una sezione ricavata da una ex area di isolamento. Qui i corpi delle persone ristrette sono decisamente espressivi. La gentilezza delle detenute nel salutare è una cosa inusuale in un carcere. Il loro approccio al visitatore è sicuramente accogliente. Non è la prima volta che vengo qui a fare visita e a fare colloqui. Anche qui c’è una cosa alla quale non mi abituo mai. Gli esseri umani non sono fatti per stare chiusi nelle celle. E come vedere i volativi nelle gabbie. Provo una grande pena nell’osservare gli spazi detentivi: celle in cui tutto è accatastato e dove dormire, andare in bagno, farsi un caffè, truccarsi, piangere, guardare la TV, mettersi lo smalto, fare due chiacchiere, se si è in due in cella, va fatto a turno perché non c’è spazio. Così, mentre una detenuta compie la sua azione quotidiana, qualunque essa sia, l’altra deve mettersi sulla branda nel letto a castello ed aspettare il proprio turno. 

Nella sezione incontro B. condannata per omicidio. Troviamo spazio in una sala per parlare. Lei il problema dello spazio lo ha in parte risolto. Ha ripreso gli studi universitari in filosofia e per buona parte della giornata le è stato concesso di studiare in uno spazio dedicato. Sono alcuni anni che ci vediamo in carcere per cercare di risolvere piccoli e grandi problemi della vita detentiva. Uno tra questi riguarda l’attesa infinita per un intervento chirurgico ad una gamba. B. si presenta sempre in ordine, mai vistosa, abiti femminili mai attillati, un foulard le avvolge il capo senza capelli. La sua professione era la prostituzione in casa a Milano. Un regista, colpito dalla sua storia intrisa di solitudine e di corpo oggetto della voracità dei clienti più diversi, ha raccontato la sua storia in un film che si intitola “La casa dell’amore”.  Come nel film B. è una persona dolce, calma, attenta. Un giorno però lo schema è saltato per aria e la sua vita ha virato verso il carcere. Nel raccontare la sua vita parla molto del padre, artista lombardo, non cita la madre, non la descrive e questa figura scivola via nel racconto senza lasciare alcuna traccia. Nel racconto dell’offesa ricevuta da riferire al garante al detenuto succede spesso di mescolare al dolore del presente il ricordo del proprio passato: che sia questo riferito al delitto compiuto o al ricordo di un tempo di libertà, che non tornerà per molto altro tempo. Un ricordo che si conserva nell’intimità del grembo materno del carcere, che custodisce i suoi figli con malata gelosia.