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di Stefano Liburdi

Il Tempo, 9 giugno 2025

Il Presidente della Biennale di Venezia Pietrangelo Buttafuoco immagina una giustizia che non sia solo punitiva ma che sappia riparare, reintegrare e che esplori modelli alternativi. Trasformare o chiudere questo modello di carceri a distanza di quasi mezzo secolo, quella stessa sfida viene oggi rilanciata, in un altro ambito, da una voce autorevole come è quella del Presidente della Biennale di Venezia Pietrangelo Buttafuoco, scrittore, intellettuale e filosofo, che propone di ripensare radicalmente il sistema carcerario, fino a immaginare - come accadde per i manicomi - la chiusura delle carceri o almeno la trasformazione.

Nel cuore della storia italiana, ci sono date che segnano non solo un cambiamento legislativo, ma una vera e propria svolta culturale. Il 10 maggio 1978 è una di queste, in un’Italia sconvolta dal terrorismo e dal ritrovamento, il giorno prima, del corpo di Aldo Moro, il Parlamento approvava in via definitiva la Legge 180, nota come Legge Basaglia, dal nome dello psichiatra veneziano che ne fu l’anima. Con quella legge, l’Italia diventava il primo Paese al mondo a decretare la chiusura dei manicomi, ponendo fine a un sistema che per decenni aveva rinchiuso, isolato e dimenticato migliaia di persone affette da disturbi mentali, ma anche disabili, emarginati, poveri. Quella legge non fu solo un atto normativo, fu una rivoluzione, una sfida alla paura, al pregiudizio, alla logica dell’esclusione. Una dichiarazione di fiducia nella possibilità di curare senza segregare, di accogliere senza rinchiudere.

L’idea del Presidente Buttafuoco può sembrare estrema, ma invece affonda le radici in una riflessione profonda sul senso della pena, sulla funzione della giustizia e sul ruolo della società. Così come Basaglia ci costrinse a guardare in faccia la realtà dei manicomi, Buttafuoco ci invita oggi a interrogarci sul carcere: è davvero uno strumento di giustizia? O è diventato, come i manicomi di un tempo, un luogo di esclusione e abbandono? Questa non è un’idea folle, non è una provocazione ma è una sfida intellettuale che servirà come visione politica, affinché si possa trasformare questa concezione di carcere.

Un’idea che può sembrare utopica, estrema, ma che merita di essere ascoltata, perché affonda le radici in una riflessione profonda sul senso della pena, della giustizia e della società. Non si tratta, di un’abolizione cieca o di una qualsiasi utopia, ma di una riflessione sul fallimento del carcere come strumento di rieducazione. Come il manicomio, anche il carcere è spesso un contenitore sociale: vi finiscono non solo i colpevoli di reati gravi, ma anche i marginali, i poveri, i tossicodipendenti, i malati psichici e alle volte capita qualche innocente.

La recidiva è alta, il reinserimento difficile, la funzione rieducativa spesso solo teorica. Bisogna guardare oltre, ad immaginare una giustizia che non si limiti a punire, ma che sappia riparare, responsabilizzare, reintegrare. Una giustizia che non si fondi sulla privazione della libertà come unica risposta, ma che esplori modelli alternativi: la giustizia riparativa, le comunità terapeutiche, i percorsi di mediazione.

Il paragone tra manicomio e carcere non è solo simbolico, entrambi sono istituzioni totali, come le definiva Erving Goffman: luoghi chiusi, regolati da norme rigide, dove l’individuo perde identità e autonomia. Entrambi rispondono a una logica di controllo sociale, più che di cura o giustizia, entrambi, infine, sono stati oggetto di critiche per le condizioni disumane, l’inefficacia, l’ingiustizia sistemica. Ma se la società ha avuto il coraggio di chiudere i manicomi, perché non può oggi interrogarsi sul carcere? Non si tratta di negare la necessità di protezione sociale o di giustizia, ma di chiedersi se il carcere, così com’è, sia davvero la risposta migliore, e se non sia giunto il tempo di una nuova rivoluzione culturale.

Questo è un invito al pensiero, come la Legge Basaglia fu preceduta da anni di dibattito, sperimentazione e mobilitazione, così anche una riforma del sistema penitenziario richiede visione, coraggio e progettualità. Serve investire in alternative credibili, formare operatori, coinvolgere le comunità. Serve, soprattutto, una nuova idea di giustizia, che non si limiti a punire, ma che sappia riconoscere, ascoltare, trasformare.

In un tempo in cui la sicurezza è spesso brandita come slogan, e la paura alimenta risposte repressive, la voce di Buttafuoco - come quella di Basaglia allora - ci ricorda che la civiltà di una società si misura da come tratta i suoi ultimi. E che forse, per essere davvero giusti, dobbiamo avere il coraggio di assistere ad un cambiamento radicale visto all’attuale sistema. Ci invita a guardare oltre l’abitudine, oltre la paura, oltre la punizione proprio come ha fatto Franco Basaglia che ci ha insegnato che la malattia mentale non è un crimine, e quindi oggi possiamo chiederci se il crimine debba necessariamente essere una condanna all’esclusione perpetua.

Il carcere, come il manicomio, rischia di diventare un luogo dove si rinchiude ciò che non si vuole vedere, dove si dimenticano le persone dietro le colpe, dove la società abdica al proprio compito educativo e trasformativo. Trasformare o chiudere questo modello di carceri non significa aprire le porte, ma aprire la mente a nuove forme di giustizia. Significa credere che la sicurezza non si costruisce con le sbarre, ma con l’inclusione, la responsabilità, la cura.

Significa, in fondo, avere il coraggio di immaginare un mondo migliore, come lo immaginò Basaglia nel 1978. Forse è tempo di guardare il carcere con gli stessi occhi con cui, mezzo secolo fa, abbiamo guardato il manicomio: non come una necessità, ma come un fallimento da superare. E allora, come oggi, la domanda non è se sia possibile. La domanda è: abbiamo il coraggio di farlo?