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di Patrizia Maciocchi

Il Sole 24 Ore, 18 agosto 2026

Intervista a Enrico Farina, Vice coordinatore nazionale del Sindacato dei direttori penitenziari. “Crediamo nell’importanza del reinserimento, per questo sono centrali il progetto “Recidiva Zero” del Cnel e la legge Smuraglia per le opportunità che offre alle imprese”. A dirlo è Enrico Farina, vice coordinatore nazionale del sindacato dei direttori penitenziari Cndp.

L’ultimo rapporto di Antigone denuncia la quota record di sovraffollamento nelle carceri: oltre il 130% medio nazionale, con picchi del 150-180 per cento. Come direttori penitenziari quali indicazioni date per rendere la condizione dei detenuti più vivibile?

Superata la soglia di guardia, le fragilità umane esplodono. Anche il dettaglio costruttivo diventa una scelta di vita o di morte. È anacronistico utilizzare sanitari in ceramica che, durante le crisi acute, vengono distrutti e trasformati in armi contundenti contro il personale di polizia o usate per atti autolesivi. In ogni istituto servono almeno due o tre stanze ad “Alta tutela dedicata”.

Ai direttori di carcere servono più autonomia e ascolto?

Sì. Siamo stati convocati in commissione Giustizia sulla riforma Nordio del 2026. Abbiamo fatto emendamenti e proposte operative. Ma il dialogo non può essere occasionale. Proponiamo un Tavolo tecnico permanente della dirigenza presso il ministero prima che si elaborino norme sull’Esecuzione penale che impattano sulla gestione dei penitenziari.

Le riforme penali hanno una logica punitiva, a iniziare dall’innalzamento delle pene. Mentre mancano risorse per rieducare…

Ogni intervento sul sistema sanzionatorio richiede di adeguare risorse, organici, spazi e strumenti operativi. Il carcere deve assolvere funzioni di custodia e rieducative. La sicurezza dei cittadini passa anche dalla capacità dell’esecuzione penale di accompagnare la persona verso un rientro nella società.

Per il reinserimento in una società che tende ad escludere chi non ha le “carte in regola”, possono essere una via il progetto “Recidiva zero” del Cnel che punta su studio formazione e lavoro e la legge Smuraglia…

Crediamo molto in “Recidiva zero”. Per renderlo operativo va superata la logica dell’inserimento lavorativo casuale o assistenziale per puntare su una profilazione tecnologica delle competenze fin dall’ingresso in istituto. È fondamentale incrociare le inclinazioni del detenuto con le esigenze di organico di filiere - interne ed esterne al carcere - e imprenditoria locale. Quanto alla legge Smuraglia, le sue opportunità per gli imprenditori vanno evidenziate: credito d’imposta fino a 520 euro al mese per ogni assunto, taglio del 95% dei contributi Inps e locali aziendali in carcere, in comodato d’uso gratuito.

L’assenza di casa e lavoro preclude l’accesso alle misure alternative per oltre il 30% dei detenuti con pena residua bassa. Che fare?

 Sosteniamo l’intuizione del ministro Nordio sul riuso di strutture pubbliche dismesse (ex caserme o case mandamentali) per accogliere i detenuti a fine pena. La rivoluzione sta nell’abbinare il recupero delle strutture al potenziamento delle sezioni per semiliberi e lavoratori all’esterno. Creare spazi intermedi e protetti dà la possibilità di svolgere un lavoro o un percorso di reinserimento in un contesto idoneo, costruendo la “fiducia documentata” che permette al magistrato di sorveglianza di concedere l’affidamento in prova al servizio sociale.

Ci sono best practices?

 Si. Penso all’esperienza del progetto “Misure abitative” del Triveneto, per attivare reti abitative temporanee per i soggetti svantaggiati. Se un detenuto indigente trova un impiego esterno e può contare su un alloggio dignitoso, si spalancano le porte dell’affidamento in prova. È la vittoria dell’integrazione sulla marginalità sociale, con benefici sul sovraffollamento. Così si potrebbero reinserire, in un anno, oltre 3mila detenuti.