sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Elisabetta Soglio

Corriere della Sera, 15 giugno 2025

Il presidente di Spazio aperto Marco Martellucci: “Privati e Fondazioni bancarie agiscano insieme”. Sistema di contratti nazionali e giustizia riparativa. Il punto di partenza: 62mila detenuti stipati dove potrebbero starcene 45mila al massimo, un record di suicidi in carcere che supera se stesso di anno in anno, un sistema di pene che genera continuamente nuovi crimini anziché cittadini recuperati.

Proposte di soluzione?

“La nostra è semplice: nuove carceri, costruite nel rispetto dei parametri migliori per chi ci vive; lavoro sicuro e retribuito per chi sconta una pena, a norma di contratto nazionale, e con una parte di stipendio girata alle vittime del reato come forma di giustizia riparativa; il tutto con l’istituzione di una figura nuova che chiameremo imprenditore sociale”.

Funzionerebbe?

“Tutte le analisi e i dati esistenti lo dicono in modo concorde: condizioni di pena dignitose e reinserimento lavorativo abbattono la recidiva, cioè il ritorno al crimine, in misura che non lascia dubbi”.

Eppure voi dite che basterebbe guardare i dati...

“È il nostro metodo. Spazio aperto è nata nel 2019 come realtà apolitica e apartitica. Individuiamo una tematica quindi la analizziamo partendo dai fatti, per passare a proposte di soluzioni con un gruppo di lavoro multidisciplinare. In questo caso abbiamo anche messo a confronto i sistemi di Paesi diversi”.

Risultato?

“Le cifre sul sovraffollamento sono in aggiornamento costante, ma diciamo che il tasso medio supera del 119 per cento i posti oggi disponibili. Contemporaneamente il tasso medio di recidiva è passato da 1,9 reati per detenuto nel 2008 a 2,4 reati per detenuto oggi. Questo in un contesto fatto di carceri che nel 50% dei risalgono a prima degli Anni Ottanta e non rispettano gli standard minimi di vivibilità, né per le persone detenute né per gli agenti”.

Quindi?

“La nostra idea è costruire nuove strutture, ovviamente a norma e pensate per un massimo di 200 persone. Prevedendo al loro interno la presenza di una azienda che dia loro lavoro. Vero e retribuito. Questo da parte dello Stato ma a opera di una figura che abbiamo chiamato imprenditore sociale”.

Che sarebbe?

“Un binomio formato da un privato e da una Fondazione bancaria”.

E cosa farebbero?

“Parteciperebbero a un avviso pubblico con un progetto, a seguito del quale potrebbero ottenere un terreno su cui realizzare la struttura di cui parlavo, con un credito di imposta a fronte della realizzazione e soprattutto dell’attività lavorativa offerta alle persone detenute”.

Qualcuno non direbbe che è la privatizzazione della pena?

“Eh no, su questo non ci devono essere equivoci: la gestione generale resterebbe totalmente in capo all’amministrazione penitenziaria e quindi allo Stato”.

E il fronte lavoro?

“Contratti nazionali. Il che garantirebbe stipendi in linea con quelli reali e non le cifre irrisorie che lo Stato può attualmente permettersi per i detenuti lavoranti all’interno di un carcere. Con una retribuzione così suddivisa: un quinto a chi ha subito il reato, un quinto come contribuito alle spese di detenzione, un quinto al mantenimento dei parenti fuori, un quinto accantonato per il fine pena e un quinto per la persona detenuta. Il tutto su base volontaria”.

Nel vostro progetto quante strutture del genere avreste in mente?

“Il mio sogno sarebbe realizzarne una in ogni regione”.

E in quanto tempo?

“Questo dipenderebbe molto dalla situazione dei vari contesti. Diciamo che in assenza di ostacoli, se si partisse oggi, una struttura di questo tipo potrebbe essere costruita e resa operativa in tre anni”.