di Michela Ponzani
Il Domani, 17 settembre 2026
AfD non dice più: siete arrabbiati. Dice: potete vincere. Non evoca continuamente la catastrofe, non ha bisogno di manifesti cupi, di volti minacciosi, di un’estetica da fine del mondo. Azzurro, sorrisi, famiglie, territorio. Il radicalismo resta nel contenuto; la normalità sta nella confezione, o meglio nel modo diverso di vendere un prodotto. C’era una volta la destra euroscettica. Poi l’estrema destra scoprì il potere dei sorrisisi sui manifesti pubblicitari. E tutto fu possibile. Persino il ritorno dei neonazisti in Germania. Con il 43,8 per cento dei consensi in Sassonia-Anhalt, AfD sfiora la maggioranza assoluta e prepara il conto per rivendicare il suo diritto a governare. Com’è stato possibile? Si chiedono in molti. La Germania ha dimenticato il suo passato?
Forse la domanda che dovremmo porci, è un’altra. E cioè: come ha fatto un partito dichiaratamente xenofobo e razzista, con un programma che sembra uscito da un raduno a Norimberga, a rendere presentabile ciò che fino a ieri sembrava semplicemente impronunciabile? La risposta è davanti agli occhi ed è di una banalità sconcertante. AfD ha cambiato la confezione. L’estrema destra di un tempo parlava la lingua della paura. AfD, con una campagna elettorale costata circa 2 milioni di euro, ha scoperto il marketing della speranza. Alles ist möglich. Tutto è possibile. Potrebbe essere la pubblicità di una palestra, di una scarpa da ginnastica, di una compagnia telefonica, di una banca che vende immaginifiche possibilità di risparmio e ricchezza. Invece è lo slogan con cui la destra radicale tedesca ha conquistato un Land.
Ed è qui il colpo di genio. AfD non dice più: siete arrabbiati. Dice: potete vincere. Non evoca continuamente la catastrofe, non ha bisogno di manifesti cupi, di volti minacciosi, di un’estetica da fine del mondo. Azzurro, sorrisi, famiglie, territorio. Il radicalismo resta nel contenuto; la normalità sta nella confezione, o meglio nel modo diverso di vendere un prodotto. Quale testimonial migliore di Ulrich Siegmund? 35 anni, sportivo, con la faccia da bravo ragazzo, non è affatto il tribuno furioso in camicia nera che promette di abbattere il sistema.
È “Ulli”: quello giovane, sorridente, informale. Un leader che gira in motocicletta, sale sui trattori, partecipa alle feste, incontra gli elettori, si lascia fotografare al mercato, stringe le mani a tutti.
È lui il politico pop, o meglio il vicino di casa che tutti vorremmo avere. E così accade qualcosa di molto moderno ma anche di molto vecchio. La radicalità del messaggio resta lì, ma su tranquillizzanti manifesti che richiamano tanto l’Heimat di un mondo immaginario. Poco importa che subito dopo arrivino gli slogan delle espulsioni, al motto di riprendiamoci il nostro territorio. Un problema. Un colpevole. Una soluzione. Se la politica tradizionale spiega, AfD afferma. Se la politica tradizionale racconta la complessità, AfD la trasforma in una frase.
Ed è difficile competere con una frase quando l’elettore è stanco delle spiegazioni. Ma se questo ancora non bastasse, c’è sempre il tocco di classe che chiama direttamente in causa la storia tedesca post 1989-91. Ovvero trasformare la nostalgia in appartenenza. Le feste locali, i mercati, i volti della provincia tanto osannati nella recente campagna elettorale, non sono semplici elementi scenografici. Sono oggetti della memoria.
Evocano un mondo perduto, una comunità perduta, una vita che qualcuno promette di restituire. Non è un caso che la Simson, vecchia motocicletta della Germania dell’est, sia diventata uno degli strumenti simbolici della campagna di Siegmund. “Non dobbiamo diventare Berlino. Possiamo tornare a essere noi”.È qui che la storia torna a bussare alla porta. Perché AfD è ora capace di sbattere in faccia all’Europa tutte le mancate promesse della riunificazione tedesca.
Remigrazione e rabbia identitaria sono le parole d’ordine di una destra estrema e nostalgica. Ma dietro quelle parole c’è il dramma di una Germania che ha smesso di credere a chi l’ha governata, semplicemente perché le promesse della democrazia liberale, della riunificazione e dell’integrazione europea sono state tradite. Una ferita, un trauma che ora AfD dice di voler sanare. Attenzione però: AfD non è Hitler e di fronte alla vittoria di un partito nostalgico non possiamo permetterci il lusso dell’indignazione. E pare quasi ovvio doverlo ricordare, ma se quasi l’80 per cento degli elettori è andato a votare, quel voto non è un incidente della democrazia.
È democrazia. Forse, più che gridare al ritorno della croce uncinata, varrebbe la pena fermarsi un attimo a riflettere sulla catastrofe che per milioni di tedeschi è stata la deindustrializzazione, la perdita di posti di lavoro, lo spopolamento seguito all’arrivo del libero mercato e di un’Europa percepita troppo a lungo come roccaforte del privilegio.
È questa la fida dell’Europa del futuro. Merz chiude all’alleanza con Afd e attacca: “La vostra remigrazione è pulizia etnica”. Perché il rischio non è il ritorno del nazismo: è che l’estrema destra riesce a presentarsi come l’unica forza capace di dare un futuro a chi non ne vede più uno. AfD lo ha capito: la democrazia promette più di quanto riesca a mantenere. Ma se vogliamo ancora essere “profondamente orgogliosi di quest’Europa”, come dichiarato dalla presidente Ursula von der Leyen, dobbiamo risvegliare l’ambizione.
Diagnosticare prima un tumore grazie all’intelligenza artificiale, purché sia un medico in carne e ossa a prescrivere la cura e a dialogare con la paziente. Affrontare le ondate di calore come un problema sociale, raffreddando le città e proteggendo chi non può permettersi un condizionatore. Difendere bambini e adolescenti dalla seduzione delle piattaforme digitali. Restituire dignità al lavoro e diritti a chi ne escluso. L’Europa ha la sua salvezza a portata di mano. Perché la Germania dell’Est non è il ritorno del passato. È lo specchio dell’Europa che abbiamo costruito e forse anche la nostra ultima occasione.









