di Nicola Boscoletto*
La Repubblica, 13 agosto 2024
Bisogna scegliere tra un sistema repressivo o uno preventivo e di cura. È necessaria una gestione competente, dove la giustizia persegua il “bene della persona e della società”. Chiariamo subito che cosa vuol dire buttare acqua sul fuoco quando parliamo di sistema carcerario. Vuol dire per esempio concedere subito la possibilità a chi lo chiede di telefonare ai propri cari ogni giorno anche tramite video chiamata, come lo è stato per tutto il periodo del covid. È la cosa più semplice, soprattutto sicura, certamente anche di più rispetto alle lettere che, ricordiamoci, le persone detenute possono ricevere e spedire ogni giorno in quantità illimitata e, tenuto conto che chi è soggetto alla censura è un numero irrisorio, si capisce bene che incaponirsi sul numero di telefonate è un’offesa alla ragione.
Pertanto, chi si ostina a negare questa scelta di umanità lo fa o per pura cattiveria o per difendere qualche interesse nascosto. Il secondo punto importante riguarda l’affettività (di cui il sesso è un aspetto), non va impedito a chi propone delle soluzioni in linea con la sentenza della Corte costituzionale di dare il proprio contributo per arrivare a realizzare gli spazi per i colloqui intimi. Terzo punto, va concesso il più possibile a chi è nei termini l’opportunità di andare in permesso, in art. 21, in semilibertà, in affidamento, in condizionale, ai domiciliari, in comunità. Sono tutte modalità di scontare la pena più umane, più produttive per le persone detenute e per l’intera società. Le persone detenute non vanno tenute sulla graticola per anni come se ogni volta si dovesse rifare il processo.
Servono magistrati di sorveglianza che purtroppo sono pochi in numero e quindi spesso in difficoltà nell’assumersi le responsabilità che il ruolo gli affida (questo vale per tutto e tutti, direttori, comissarsi, provveditori, etc.). Quarto punto, serve intervenire in fretta sulla sanità che va sostenuta e qualificata, perché il carcere deve essere visto come un luogo di frontiera. Va potenziata, là dove manca, con personale preparato e che ama le persone e la loro dignità. Infine, non tralasciamo l’urgenza di approvare la proposta Giachetti, che non è certamente una resa dello Stato ma un piccolo segno di riparazione alla fatica di rendere umane e legali le carceri. Qui mi fermo, altri potrebbero aggiungere altre cose. Mentre spegniamo il fuoco che cosa serve fare? Serve più che mai capire dove siamo arrivati, quale sia il contesto in cui oggi ci troviamo ad operare, quale sia lo stato di salute del sistema giustizia/carcere e di che tipo di governance abbiamo bisogno. Solo dopo possiamo parlare della cura e del tipo di interventi da mettere in campo in maniera strutturale e non emergenziale. Da 34 anni mi occupo di lavoro in carcere.
Ho visto e vissuto tante cose, ma non sono l’unico, sono in buona compagnia tanto in Italia che all’estero. In tutti questi anni sono passati in tanti e, ho visto il sistema nel suo complesso rimanere inalterato, o in alcuni casi peggiorato, nonostante l’impegno e la dedizione di alcune persone. Se sono ancora qui, se in tanti siamo ancora qui e non abbiamo ancora mollato è perché non possiamo rassegnarci: “non possiamo abbandonare la speranza”: è una frase di sostegno, che mi ha scritto un saggio magistrato, o come ripete instancabilmente papa Francesco “non lasciatevi rubare la speranza”. Lo dice principalmente ai giovani, e io aggiungo, anche a chi si sente giovane. Se noi oggi non partiamo dal guardare la realtà per quello che è veramente e non per quello che vorremmo, non portiamo nessun contributo utile, anzi, perdiamo e facciamo perdere tanto tempo a tutti, partecipando a creare un mondo via via sempre più disumano.
Non c’è più tempo per tergiversare e questo appello lo rivolgo in particolare al Presidente Mattarella. Non serve studiare e fare tavoli per trovare soluzioni, che cosa serve fare lo si sa in maniera chiara e da tanto tempo, basta andare a leggere il dialogo tra l’allora Ministro Urbano Rattazzi e il buon San Giovanni Bosco. Era il 1854 (170 anni fa!!).
Si sa già tutto da secoli, le cose sono sempre le stesse, cambiano i contesti ma le soluzioni proposte sono da sempre due: mettere in atto un sistema repressivo (rispondere al male con il male) o un sistema preventivo e di cura (rispondere al male con il bene).
Cosa serve perciò?
Ad una squadra di calcio come ad una azienda per essere competitivi e vincenti serve una buona e sana politica, una qualificata dirigenza, un bravo e competente allenatore, che sappiano tutti fare veramente squadra. Chiaramente è necessaria la presenza di buoni giocatori, preparatori atletici, massaggiatori, fitoterapeuti, etc. La conoscenza, la competenza, l’esperienza e l’umanità (cioè l’amore per quello che si fa) sono elementi imprescindibili per una buona riuscita. Oggi nella giustizia e nel mondo del carcere questi elementi non sono premianti, ma direi prima ancora che, come sistema, non si riesce a perseguire il compito affidato: “il duplice fine della pena: il bene della persona e della società”, frase che prendo in prestito dal grande sant’Agostino nei suoi approfondimenti sulla Giustizia, i Giudici e la Pena.
Si capisce bene ad esempio che non si può parlare di attività, formazione e lavoro per le persone detenute dentro e fuori dal carcere senza tenere presenti tutti i fattori in gioco e senza un grande senso di realismo e responsabilità che ci permettano di partire con sincerità dal contesto. Proviamo perciò a parlarne con serenità, in maniera ordinata e soprattutto, ripeto, non in modo avulso da tutto quello che è oggi il contesto del carcere e della società in cui è innestato.
Ma restiamo ancora un istante sul tema del lavoro in carcere di cui ora si stanno riempiendo la bocca in tanti. Il lavoro è come un seme buono, ben selezionato per dare vita ad un bell’albero che dia tanti, ma soprattutto buoni frutti. Il seme prima di essere seminato ha bisogno di tutta una serie di passaggi fondamentali senza dei quali non darà mai i frutti sperati, anzi rischierà di morire.
Occorre avere un terreno buono. Se ci sono sterpaglie queste vanno tolte, va fatto un diserbo, il terreno va poi dissodato, arato, fresato, concimato, va tenuto conto dell’ambiente in cui viene inserito, dell’esposizione, etc. Insomma, il seme deve trovare un contesto adeguato alla sua crescita di cui fanno parte integrante tantissimi fattori.
C’è poi una seconda fase, importantissima, che è quella della cura costante e continua, con irrigazioni, concimazioni, trattamenti, pulizie e potature fatte bene, e così via. Questo per dire che prima di parlare di lavoro vero (il seme) occorre capire se prima abbiamo assolto a tutto quello che serve perché il lavoro possa svolgere la sua funzione e possa dare buoni frutti. Dare per scontati tutti i passaggi e andare direttamente sul lavoro, sulle varie attività (questo riguarda tutto e tutti) porta inevitabilmente ad un risultato errato o meglio a nessun risultato.
Il dato di fatto è che oggi il carcere ha fallito il suo compito e questo non vale solo per l’Italia. È questo modello di carcere che si è progressivamente allontanato dalla sua mission, dalla sua funzione, tradendo nei fatti, non nelle intenzioni e nei proclami, il dettato costituzionale. Uso una frase di Daria Bignardi sul suo ultimo libro “Ogni prigione è un isola”.
Lo sintetizzava così: “Le mele marce non esistono, è il sistema che è strutturalmente guasto”. Ormai non è solo lei e tanti altri a dire questo, ma anche tantissimi bravi operatori penitenziari impegnati a combattere in solitudine in trincea, cito una frase di un direttore di carcere: “Noi siamo autoreferenziali, abbiamo questa organizzazione che, cascasse il mondo, non riteniamo di dover cambiare, di modificare in funzione di opportunità che vengono dall’esterno”.
Quindi il primo punto di cui prendere atto, non in maniera ipocrita, ma con grande realismo, è che il sistema ha fallito, è “strutturalmente guasto”, cioè il terreno per restare all’esempio del seme è in stato di abbandono e pieno di sterpaglie. Continuare a seminare in un campo del genere è demenziale, l’agricoltore non lo farebbe mai.
Permettetemi una nota sulla mancanza di personale nelle carceri. La prima cosa importante è che le figure necessarie devono essere adeguate in funzione della finalità e della necessità. Inutile mettere in un ospedale 1000 persone addette alle portinerie e alla sicurezza, 100 medici e 10 infermieri. Nelle carceri se lo scopo perseguito è esclusivamente quello della sicurezza (che vuol dire tradire la mission) metterai 100.000 agenti e ancora non ti basteranno. Se lo scopo è quello corretto metterai 100.000 educatori, assistenti sociali, psicologi, psichiatri, medici, infermieri, magistrati di sorveglianza e 10.000 agenti.
In tutti i casi c’è un gravissimo errore che spesso viene commesso, questo quando se ne fa solo una questione di numeri, ovvero mettere in secondo piano (ad essere buoni) la motivazione, perché, se non si ama il proprio lavoro, se non si crede profondamente nel compito che viene affidato, il tutto risulta inutile e nocivo.
Capite che essere a lavorare in 50.000 invece di 38.000 o 1000 invece di 236 non cambia molto, o siamo sinceri, cambia veramente poco. Il vero problema è avere persone che si assumano delle responsabilità, quello che conta è questo numero di persone, persone di cui sei sicuro che puoi fare affidamento.
Dal contenitore a chi lo gestisce passiamo ora al contenuto: le persone detenute. Come è la popolazione detenuta oggi, ovvero la tipologia delle persone in carcere? Oggi le carceri sono diventate una discarica indifferenziata, quello che nei rifiuti va sotto il nome di “secco” che in genere va a finire nell'inceneritore. Pensate che perfino i rifiuti vengono divisi per cercare di agevolarne il più possibile il riciclo (economia circolare). Oggi, oltre al forte disagio sociale che le ha portate a commettere dei reati, moltissime delle persone detenute sono plurisvantaggiate, portatrici di handicap, dipendenti da droghe (17.000 circa), da alcool, farmacodipendenti, da gioco, psicologicamente fragili e con patologie psichiatriche. Circa 19.000 sono stranieri e vi lascio immaginare quante siano le problematiche. Molti di questi problemi non li hanno al momento dell’entrata in carcere, subentrano poi durante la detenzione come ulteriore effetto collaterale. Completiamo i numeri con oltre 15.000 persone detenute non definitive, 9.200 in alta sicurezza e 750 al 41 bis.
La prima domanda da farsi è: ma quante persone detenute che si trovano in queste condizioni sono immediatamente inseribili al lavoro vero? Un conto è “intrattenerli” (il trattamento oggi è diventato intrattenimento), un conto è fare un percorso lavorativo vero, veramente professionalizzante. Non entro in merito alla miriade di inutili e a tratti protocolli firmati in questi anni un po’ da tutti per l’inserimento di decine e decine di miglia di persone detenute, che, visti i risultati, si commentano da soli.
Serve una rivoluzione culturale, di mentalità. Come invertire la direzione? È giunto il tempo di una grande discontinuità. Non si può separare una certa concezione di pena (il carcere deve essere una soluzione estrema) con le soluzioni che poi si mettono in atto, sarebbe un cortocircuito. Non stiamo parlando di affrontare un momento di crisi, ma, di “un cambiamento epocale”. Non parliamo di un aspetto che non va, ma di un sistema.
Soluzioni?
Partire sempre da ciò che di positivo c’è in tutti e in tutti i settori, e anche se poco ma c’è. Partire dalle cose e dalle esperienze positive, con la piena consapevolezza che ci vorranno decenni per invertire la tendenza negativa, chiaramente se oggi si cambia rotta. La gestione delle carceri affidata unicamente al Ministero della Giustizia si è dimostrata fallimentare, come pure lo strumento del DAP. Ciò che da decenni non funziona si cambia, così accade in ogni cosa. Non è un mistero, si chiama un utilizzo corretto della ragione o più semplicemente di buon senso (dal latino recta ratio). In sintesi, va ripensata la GOVERNANCE, il modello di governance va calato nell’oggi alla luce di quello che è il contesto e le conseguenti risposte necessarie.
Per avviare un percorso tanto importante quanto necessario occorre che sia presente una simpatia umana ed una stima tra le persone che operano a vario titolo per il carcere ed in carcere. Questo approccio ci permette di recuperare un po’ di passione e di amore per quello che si fa, per il proprio lavoro. Non si lavora per star male e per ammalarsi, per farsi la guerra, si lavora e si fatica per star bene ed essere felici. Questa è la svolta epocale che si può mettere in atto a partire dalle piccole cose che ciascuno di noi può fare e deve fare.
Non mi stancherò mai di ricordare che oggi non è più il tempo delle procedure, dei protocolli, delle circolari, per carità facciamole più giuste possibili e coerenti con lo scopo, ma oggi è più che mai necessario in primis che a cambiare siano le persone che sono quelle che devono mettere in pratica tutto quanto è previsto, deve cambiare il cuore di ciascuno di noi, solo così poi si può lavorare assieme per modificare il sistema.
E sgombriamo il campo da ogni equivoco, perché sia chiaro che non sto parlando di sentimento, di buonismo o di pietismo a buon prezzo. Sto parlando della cosa in assoluto più necessaria per costruire qualsiasi rapporto, qualsiasi iniziativa, qualsiasi attività che possa avere una qualche possibilità di successo: quando si abbandona lo scopo per cui si opera e non si curano adeguatamente le risorse umane in gioco niente può funzionare.
Per fare questo serve ascoltarsi veramente, guardarsi, cercarsi reciprocamente, tutti. In una parola desiderare veramente di collaborare, partecipare veramente tutti allo stesso scopo, valorizzare chi ha più competenze, esperienza, fino ad arrivare a correggerci reciprocamente senza che questo generi dei muri o degli inutili conati di orgoglio. Vanno buttati giù gli steccati, le divisioni, il noi e il voi, l’io e il tu, per lasciare più spazio al vero fare assieme, alla vera condivisione. Da questo punto di vista il Terzo Settore potrebbe dare un grande contributo, come del resto lo sta già facendo. Amministrazione condivisa, coprogrammazione e coprogettazione sono la strada maestra da seguire.
Come ripete instancabilmente papa Francesco che “non ci si salva da soli”, che “siamo tutti sulla stessa barca” e che dobbiamo sempre “costruire ponti e non muri, essere generatori di processi e non occupare spazi” e poltrone. Il tema non è la resa dello Stato, infatti se in carcere, ad esempio, ci fossero gli stessi controlli che avvengono in una normale azienda su 189 carceri almeno il 90% sarebbero da chiudere immediatamente (alla faccia dei virtuali posti regolamentari), come pure la cella che non si chiama più così ma “camera di pernottamento”, che dovrebbe essere il luogo dove le persone dovrebbero entrare solo per dormire, tanto che uno dovrebbe essere aiutato e non il contrario. Parlare di “nessuna resa dello Stato” in queste condizioni equivale a dire in una parola difendere e promuovere l’indifendibile, l’illegalità. Pensare di educare in questo modo, è pura follia. Provate a fare così con i vostri figli, chiudeteli pure in casa.
Dovrebbe essere lo scopo a guidare e a mettere tutti sulla stessa lunghezza d’onda, non il ruolo che uno ha o singoli aspetti che molto spesso nascondono dei piccoli orti da difendere. Bisogna guardare a ciò che deve essere fatto e fatto bene, non a chi lo fa: i partiti di destra o di sinistra, se è dipendente pubblico o privato, se è magistrato o un semplice operatore e così via. La dignità non è proporzionale al ruolo, all’importanza, a chi lo fa o allo stipendio. Non c’è niente che non sia importante, a volte sono proprio le cose più semplici ed informali, “disinteressate” cioè gratuite a dare grandi risultati. In una parola basterebbe poco, basterebbe volersi un po’ più bene per fare il bene.
Dovremmo, lo ripeto perché è importante come il terreno per una pianta, fare nostro quello che il buon giovane prete don Bosco insegnava e testimoniava ai suoi direttori, educatori e operatori, e cioè l’importanza di prenderci "amorevolmente cura” delle persone che ci vengono affidate, non trascurando il fatto che occorre prima di tutto che questo sia una pratica tra tutti quelli che a vario titolo sono impegnati al raggiungimento dello stesso scopo. Solo così, dopo, si riuscirà a prendersi “amorevolmente cura" di chi ha bisogno, di chi ci è affidato in un percorso di cura, di reinserimento, di responsabilizzazione. Per così tanto basterebbe così poco, bisogna volerlo, bisogna veramente desiderarlo. Si vince solo assieme, tutti.
*Fondatore della Cooperativa Giotto di Padova











